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WTA, test genetico obbligatorio per le tenniste: svolta storica nel circuito femminile

La nuova Women’s Eligibility Policy cambia il paradigma: via i limiti di testosterone, dentro il DNA. Una norma che allinea la WTA a World Athletics e al CIO, ma che accende il dibattito sui diritti

Un tampone salivare, un prelievo di sangue, o un semplice swab della guancia. Bastano pochi minuti per determinare se una giocatrice ha il diritto di scendere in campo nel circuito professionistico femminile. La WTA – Women’s Tennis Association – ha introdotto uno screening genetico obbligatorio per tutte le tenniste iscritte al tour: a partire da oggi, 21 luglio 2026, nessuna atleta potrà prendere parte a un torneo senza aver prima dimostrato di essere biologicamente donna attraverso il test per il gene SRY. Una misura inedita per lo sport professionistico femminile autonomo, che si inserisce in un trend regolamentare sempre più condiviso tra le grandi organizzazioni internazionali, ma che accende un dibattito destinato a durare ben oltre i confini del rettangolo di gioco.

Il test: come funziona e cosa cerca

La nuovaWomen’s Eligibility Policy– anticipata dalla newsletterBouncesdel giornalista Ben Rothenberg e confermata dalla stessa WTA – introduce uno screening obbligatorio una tantum per verificare la presenza del gene SRY, normalmente localizzato sul cromosoma Y e coinvolto nello sviluppo sessuale maschile. Il test viene eseguito una sola volta nell’arco della carriera: il materiale genetico, che non cambia nel tempo, rende inutile qualsiasi ripetizione futura. Il prelievo può avvenire tramite tampone della mucosa orale, campione di sangue o di saliva. Il risultato è trattato con le stesse garanzie di riservatezza previste per qualsiasi dato sensibile, e la WTA ha dichiarato che la raccolta degli esami avverrà contestualmente a un programma di coinvolgimento informativo dedicato alle atlete.

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Cosa cambia rispetto alla politica precedente

Fino al 30 giugno 2026, la WTA applicava una normativa più flessibile, introdotta nel 2024, che consentiva la partecipazione alle donne transgender e alle persone con differenze dello sviluppo sessuale (DSD) a condizione che mantenessero livelli di testosterone inferiori a 2,5 nmol/L per almeno due anni consecutivi prima di poter competere. Un approccio di tipo ormonale, simile a quello adottato in passato dal Comitato Olimpico Internazionale. La nuova policy ribalta il paradigma: non si misura più il testosterone, si individua un marker genetico. La distinzione tra sesso biologico e identità di genere diventa strutturale. Come ha scritto la stessa WTA nel comunicato ufficiale, la norma “distingue tra sesso biologico e identità di genere, e tra femmine e maschi biologici, esclusivamente nella misura necessaria a garantire chiarezza e gli effetti previsti dalla politica”.

Esito positivo: cosa succede a chi risulta SRY-positivo

Un risultato negativo al test – assenza del gene SRY – permette alla tennista di continuare a gareggiare senza ulteriori vincoli. Un esito positivo, invece, non determina automaticamente l’esclusione dal circuito. L’atleta viene temporaneamente sospesa dall’attività agonistica in attesa di una valutazione medica approfondita. La policy prevede due eccezioni che consentono di mantenere l’idoneità anche in caso di positività: la presenza della sindrome da insensibilità completa agli androgeni (CAIS) – condizione in cui l’organismo non risponde al testosterone, rendendo nullo qualsiasi effetto maschilizzante – oppure altre DSD che abbiano impedito ogni effetto fisiologico della pubertà maschile, inclusa la cosiddetta “mini-pubertà” dei primissimi mesi di vita. Si tratta di casi rari ma non teorici, che il regolamento ha voluto tutelare con attenzione. La WTA ha inoltre annunciato un servizio di supporto psicologico e assistenza legale per le giocatrici che si trovassero coinvolte in accertamenti aggiuntivi, assumendosene direttamente i costi.

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Obblighi, rifiuti e sanzioni

Ogni giocatrice soggetta alla giurisdizione della WTA deve firmare una dichiarazione scritta con cui acconsente a sottoporsi allo screening e riconosce le conseguenze del rifiuto. Chi si oppone al test o chi partecipa a un torneo senza aver soddisfatto i requisiti di idoneità si espone a procedimenti disciplinari e alla sospensione dal circuito. Nessun comunicato ufficiale indica al momento la durata delle eventuali sanzioni, ma il testo della policy lascia intendere che la sospensione rimanga in vigore fino alla regolarizzazione della posizione dell’atleta.

Gli obiettivi della WTA

La Women’s Tennis Association ha inquadrato la nuova normativa in un obiettivo dichiarato: “preservare l’integrità del tennis professionistico femminile e mantenere condizioni di competizione equa per tutte le giocatrici”. La policy si colloca in continuità con il processo di revisione periodica delle norme di idoneità avviato dalla stessa WTA fin dal 1975, anno in cui venne introdotta per la prima volta una regolamentazione sull’accesso alla categoria femminile. Un elemento chiave è il collegamento con le Olimpiadi di Los Angeles 2028: il test genetico è requisito indispensabile per accedere ai Giochi, e la WTA ha calibrato la propria normativa in linea con le indicazioni del Comitato Olimpico Internazionale.

Il quadro internazionale: chi ha già adottato lo stesso standard

La WTA non è la prima federazione a percorrere questa strada. World Athletics ha introdotto il test obbligatorio una tantum per il gene SRY a partire dal settembre 2025, condizione necessaria per competere nella categoria femminile nelle gare valide per il ranking mondiale. World Boxing ha seguito una strada analoga. Il Comitato Olimpico Internazionale, a sua volta, ha annunciato nei mesi scorsi che per i Giochi di Los Angeles 2028 l’accesso alle categorie femminili sarà subordinato allo stesso tipo di screening genetico – decisione maturata soprattutto dopo le polemiche sorte a Parigi 2024, quando la vicenda legata alla pugile Imane Khelif aveva portato il dibattito sulle prime pagine di tutto il mondo. La WTA presenta la propria policy come la prima del genere applicata da un tour professionistico femminile autonomo – non, cioè, da un singolo torneo o da una federazione olimpica – il che le conferisce un peso simbolico e pratico rilevante.

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Controversie e dibattito: favorevoli e contrari

Il fronte di chi approva la misura è guidato, nella sfera tennistica, da Martina Navratilova, diciotto volte campionessa Slam. “Un passo nella giusta direzione da parte della WTA”, ha scritto la ceca naturalizzata americana su X, precisando tuttavia di non aver avuto alcun ruolo nella redazione della policy. La numero uno del mondo Aryna Sabalenka si era già espressa in passato sulla questione, sostenendo che la presenza di atlete biologicamente maschili nelle competizioni femminili “non è equa per le donne”. Sul fronte opposto si collocano personalità come Billie Jean King, storica pioniera del tennis femminile e dell’uguaglianza di genere nello sport, che ha definito l’esclusione delle donne transgender una forma di discriminazione. Diverse associazioni per i diritti LGBTQ+ hanno espresso preoccupazione per le implicazioni psicologiche e sociali dello screening, sottolineando che il test non tiene conto della complessità biologica delle varianti intersessuali e rischia di esporre atlete con DSD a stigma pubblico ingiustificato. Sul piano scientifico, alcuni ricercatori avvertono che il gene SRY è condizione necessaria ma non sufficiente per determinare il sesso biologico: esistono varianti cromosomiche in cui l’SRY è presente ma non ha effetti fenotipici rilevanti, e casi viceversa. La semplificazione insita nel test, sostengono, potrebbe produrre falsi positivi con conseguenze pesanti sulla carriera di atlete del tutto estranee al problema che la norma intende affrontare.

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Va precisato, infine, un dato di fatto: al momento non risulta alcuna giocatrice transgender attiva nel circuito WTA. L’ultima tennista transgender a competere a livello professionale è stata Renée Richards, che giocò sul tour fra il 1977 e il 1981, diventando poi la coach di Martina Navratilova. La norma risponde quindi a uno scenario che, nell’attualità del tennis femminile, è più potenziale che reale.

Verso il futuro

La WTA ha compiuto una scelta che va ben oltre la regolamentazione sportiva: ha preso posizione nel mezzo di una delle questioni più accese del nostro tempo, quella dell’identità di genere nelle competizioni atletiche. Il test genetico è tecnicamente semplice, quasi banale nella sua esecuzione, ma enormemente complesso nelle implicazioni etiche, scientifiche e legali. Che lo si consideri una doverosa tutela della fairness femminile o una misura escludente fondata su una visione riduttiva della biologia, una cosa è certa: il tennis, da oggi, non è più solo una questione di pallina e racchetta.

* In copertina Elena Rybakina