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Controlli antidoping anche di notte: necessità o eccesso?

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Il Tour de France 2026 riaccende un dibattito senza risposta semplice: tra integrità dello sport e diritti degli atleti, il confine è più sottile di quanto sembri

Erano le due del mattino quando qualcuno bussò alla porta della stanza di Jonas Vingegaard. Non un compagno di squadra, non uno dello staff medico con buone notizie: erano gli ispettori dell’International Testing Agency, venuti a fare un controllo antidoping. Poche ore dopo, alle cinque, sarebbe toccato a Tadej Pogačar. Era la notte tra sabato 18 e domenica 19 luglio 2026, tra la quattordicesima e la quindicesima tappa del Tour de France, nel bel mezzo di un fine settimana alpino durissimo. Il primo e il secondo della classifica generale, svegliati nel pieno del sonno nel momento più delicato della Grande Boucle. Da quell’episodio si è aperto uno dei dibattiti più accesi nella storia recente del ciclismo: dove finisce la necessità di garantire l’integrità dello sport e dove cominciano i diritti fondamentali di chi lo pratica?

Il fatto

La notizia dei controlli notturni aveva impiegato poche ore a diventare un caso internazionale. Vingegaard lo aveva ammesso lui stesso – con un filo d’amarezza – al canale televisivo belga HLN: “Pensavo non fosse permesso, ma a quanto pare lo è secondo il regolamento. Non era piacevole”. Pogačar aveva confermato la sua sveglia forzata alle cinque, senza commenti particolari sul momento, ma qualcosa lo aveva evidentemente turbato. La ricostruzione decisiva era arrivata daL’Équipe: quei controlli erano stati autorizzati da un giudice delle libertà e della detenzione (JLD) del Tribunale di Parigi, ai sensi dell’articolo L.232-14-4 del Codice Sportivo francese del 2015. Non solo: si trattava della prima applicazione in assoluto di quelle disposizioni in questo contesto. Per ottenere l’autorizzazione, l’ITA aveva dovuto dimostrare la presenza di “sospetti seri e fondati” e il rischio di dispersione delle prove. I dettagli di queste motivazioni non sono stati resi pubblici.

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Come funzionano i controlli: regole, procedure, tempistiche

Il sistema antidoping nel ciclismo è tra i più strutturati dello sport mondiale, anche per via dei fantasmi che si trascina da decenni. Dal 2021 l’UCI ha delegato la gestione operativa all’International Testing Agency (ITA), organismo indipendente con sede a Ginevra, per evitare conflitti di interesse tra chi governa la disciplina e chi ne presidia l’integrità. Nel febbraio 2026 questa separazione è stata ulteriormente rafforzata con la creazione di una Cycling Unit autonoma all’interno dell’ITA. La cornice normativa è quella del Codice Mondiale Antidoping della WADA. All’articolo 5.2 si stabilisce che qualsiasi atleta può essere sottoposto a controllo “in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo”. La regola generale, tuttavia, prevede che i test vengano eseguiti tra le sei di mattina e le undici di sera. Per la fascia notturna – tra le 23:00 e le 06:00 – il Codice specifica che l’organizzazione antidoping “dovrebbe disporre di seri e specifici motivi di sospetto”. In Francia, un decreto del 2015 alza il livello di protezione: in quella fascia oraria i controlli richiedono l’autorizzazione di un giudice, il quale deve verificare sia la proporzionalità dell’intervento sia la consistenza delle ragioni addotte. Sul territorio francese vale peraltro anche il regolamento dell’Agenzia Francese di Lotta al Doping (AFLD), che in linea di principio ammette controlli in qualsiasi momento, ma che l’ordinanza interna restringe alla finestra 06:00-23:00 in ossequio al rispetto della vita privata – salvo, appunto, autorizzazione giudiziaria.

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La procedura pratica è rigida: il corridore viene identificato, informato dei suoi diritti e condotto in uno spazio apposito per il prelievo di sangue e/o urina. Il rifiuto equivale alla squalifica. Gli atleti iscritti al programma di controllo comunicano quotidianamente la propria posizione tramite il software ADAMS (Anti-Doping Administration & Management System), indicando anche una finestra di sessanta minuti – tra le 06:00 e le 23:00 – nella quale garantiscono reperibilità. I campioni vengono poi inviati a laboratori accreditati dalla WADA e i risultati, in caso di analisi del passaporto biologico, possono richiedere settimane. Lo ha confermato l’ITA stessa: al 23 luglio 2026 nessuna positività è stata comunicata. Ma perché farlo di notte? La logica scientifica è precisa: alcune sostanze proibite – l’EPO microdosata, l’ormone della crescita (GH) ricombinante, il testosterone in piccole dosi – presentano finestre di rilevabilità molto brevi. Un prelievo eseguito a poche ore dalla somministrazione serale può intercettare la sostanza prima che venga eliminata o scenda sotto la soglia analitica. L’ITA ha tuttavia chiarito che i controlli notturni non mirano necessariamente a “rilevare direttamente una sostanza”, quanto a “monitorare variabili biologiche nel tempo” nell’ambito del passaporto biologico – strumento introdotto dal ciclismo nel 2008, primo sport al mondo ad adottarlo.

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La caduta di Vingegaard

Domenica 19 luglio, nel tratto pianeggiante verso la salita finale di Plateau de Solaison – a circa venti chilometri dall’arrivo della quindicesima tappa Champagnole-Plateau de Solaison (183,9 km) – Jonas Vingegaard sbagliò una curva in uscita da una rotonda. La ruota anteriore scivolò, il danese cadde rovinosamente sbattendo la spalla destra sul marciapiede. Nella caduta fu coinvolto anche Isaac Del Toro (UAE Team Emirates-XRG), che ripartì poco dopo; Vingegaard rimase a terra dolorante. La diagnosi fu rapida: frattura alla clavicola, intervento chirurgico necessario, Tour finito con una settimana d’anticipo. Il danese lasciava la corsa da secondo in classifica, con 4’30” di ritardo da Pogačar. Inevitabile la domanda: quel riposo compromesso aveva avuto un ruolo? Lo stesso Pogačar, ai microfoni di Rai Sport, aveva accennato alla possibilità: “Abbiamo avuto un controllo antidoping stanotte, magari questo potrebbe aver inciso sulla sua concentrazione, avendo dormito poco”. Vingegaard era stato più cauto: “Di certo non mi ha fatto bene, ma non è possibile dire che quella è stata la causa dell’incidente. Potrebbe aver influito, ma le cadute fanno parte del ciclismo”. Una risposta lucida, da parte di un atleta che ha scelto di non scaricare le responsabilità.

La reazione del gruppo: dal CPA alle squadre

La polemica ha investito l’intera carovana. Durante il secondo giorno di riposo (lunedì 21 luglio), l’ITA ha esteso i controlli a tutti i corridori ancora in gara – stavolta in orari meno invasivi. Tra i team interessati, anche la Red Bull-Bora-Hansgrohe di Remco Evenepoel: “I corridori erano già andati a letto e poi sono stati costretti ad alzarsi per i controlli”, ha spiegato il team manager Ralph Denk alla ZDF. “È consentito dal regolamento, ma ostacola il recupero degli atleti”. Parole equilibrate, da tecnico che non vuole mettere in discussione il principio – “i test garantiscono che il nostro sport rimanga credibile e pulito” – ma che non nasconde l’irritazione pratica. Evenepoel ha usato toni più forti: “inumano”, “uno scandalo”. Il CPA, sindacato dei ciclisti professionisti, ha preso posizione con un comunicato che vale la pena citare per la sua sintesi efficace: “Una lotta efficace contro il doping è indispensabile. Una lotta intelligente contro il doping lo è altrettanto”. Il sindacato non ha contestato la legittimità dei test, ma ha chiesto maggiore trasparenza nelle motivazioni, rispetto delle condizioni di recupero e un dialogo più strutturato con le agenzie antidoping. Christian Prudhomme, direttore del Tour, ha scelto la linea dell’equilibrio: “Testare gli atleti a quell’ora sembra davvero molto tardi. Ma abbiamo lottato per anni per avere un’agenzia antidoping indipendente e ora ce l’abbiamo”.

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Armstrong, Vaughters e i venticinque anni di drammi

In questo dibattito non poteva mancare Lance Armstrong. L’ex sette volte vincitore del Tour – privato di tutti i titoli nel 2012 dopo la confessione di un sistematico programma di doping – ha criticato duramente i test nel suo podcastThe Move: “Sono arrivati fuori dalla sua stanza alle due di notte, hanno bussato e lo hanno fatto alzare mentre stava disputando il Tour de France. Una situazione del genere riguarda perfino i diritti umani. Non ho parole”. Parole pungenti, provenienti da chi per anni aveva usato proprio quei diritti come scudo. Il contrappunto più potente è arrivato da Jonathan Vaughters, manager dell’EF Education-EasyPost ed ex compagno di Armstrong all’US Postal. Con un post destinato a fare discutere, Vaughters ha scritto: “I test alle 2 del mattino sono uno dei metodi più efficaci per prevenire il microdosaggio di peptidi come EPO e ormone della crescita. Se l’UCI ci avesse testato alle 2 del mattino nel 2001? Tutti saremmo stati sospesi e avremmo risparmiato allo sport venticinque anni di drammi. È un peccato che Tadej e Jonas debbano espiare per la merda che abbiamo fatto. Dovrei scusarmi con entrambi, onestamente”. Una dichiarazione rara nella sua franchezza: senza l’era Armstrong, senza quella generazione di ciclismo, certi controlli forse non esisterebbero.

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Soluzioni possibili

Il dibattito aperto dal Tour 2026 non si chiuderà in fretta. Da un lato c’è la necessità di non abbassare la guardia: la storia del ciclismo insegna che dove si allenta il controllo, proliferano le scorciatoie. Dall’altro, è legittimo chiedersi se svegliare un atleta alle due di notte – durante la corsa più estenuante del mondo, a dieci giorni dall’arrivo – sia la soluzione più proporzionata, o se esistano strumenti altrettanto efficaci e meno invasivi. Una risposta potrebbe venire da un progetto innovativo già in corso: il cosiddettopassaporto dei watt, uno strumento che analizza i dati di potenza espressi in gara e in allenamento per individuare anomalie prestazionali sospette. Sessanta corridori WorldTour stanno già partecipando a un progetto pilota promosso dall’UCI. L’idea non è sostituire i test tradizionali, ma affiancarli con un’intelligenza aggiuntiva capace di orientare i controlli verso chi davvero desta sospetti – riducendo la necessità di blitz indiscriminati nel cuore della notte. Sul fronte normativo, la CPA ha chiesto una revisione delle procedure che includa un protocollo chiaro per i controlli notturni: criteri di attivazione più trasparenti, informativa preventiva ai corridori sulle possibilità di test fuori orario, e la garanzia che, almeno in gara, un minimo di ore di recupero siano tutelate. L’UCI ha risposto dichiarando il proprio “pieno sostegno” all’ITA e confermando che i test notturni resteranno un’opzione – eccezionale ma reale – nel proprio arsenale di prevenzione.

Verso il futuro

La notte tra il 18 e il 19 luglio 2026 ha cambiato il Tour de France. Ha tolto dalla corsa Jonas Vingegaard – anche se la caduta non può essere attribuita con certezza al sonno disturbato – e ha sollevato questioni di fondo che il ciclismo dovrà affrontare strutturalmente. Il sistema antidoping attuale è probabilmente il più rigoroso della storia, costruito sulle macerie di un’epoca buia. Ma proprio perché porta con sé quella memoria, dovrebbe saper distinguere tra la fermezza necessaria e l’accanimento controproducente. Come ha sintetizzato il CPA con la sua formula: combattere il doping è doveroso. Farlo con intelligenza, lo è altrettanto. Il confine tra queste due ambizioni è stretto, e il Tour 2026 lo ha reso visibile a tutti.

* In copertina Controlli antidoping notturni (Illustrazione di Atlante Sport)