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Perché Pogacar attacca sempre da lontano? Dentro la mente (e i watt) del corridore che ha riscritto le regole del ciclismo

Da Liegi 2021 al Giro di Svizzera 2026, passando per i 100 km solitari del Mondiale di Zurigo: viaggio nella tattica più discussa e vincente del ciclismo contemporaneo

Quando Tadej Pogacar alza il busto sui pedali, tira indietro la visiera del casco e parte, di solito c’è ancora moltissima strada da percorrere. Non gli ultimi tre chilometri, non l’ultimo strappo, non la classica “spallata” finale a cui il ciclismo ci aveva abituato per decenni. Ottanta, cento, persino centouno chilometri dal traguardo: distanze che, fino a poco tempo fa, sarebbero sembrate scelte suicide, buone solo per gregari in cerca di visibilità o per giornate di pioggia in cui “tanto va bene anche perdere con onore”. Per lo sloveno della UAE Team Emirates-XRG, invece, sono diventate la normalità. E la domanda che da anni circola tra appassionati, addetti ai lavori e colleghi di gruppo è sempre la stessa: perché Pogacar attacca così spesso, e così lontano dal traguardo?
La risposta, come spesso accade nello sport ad alto livello, non sta in un’unica spiegazione ma nell’incrocio di più fattori: una capacità fisica fuori scala, una lettura di gara istintiva quanto calcolata, una squadra che ha smesso di proteggerlo nel modo tradizionale e, non ultimo, un cambiamento profondo nella filosofia stessa con cui oggi si affrontano le corse di un giorno e le tappe di montagna. Andiamo a ricostruire, gara dopo gara e numeri alla mano, come si è formato – e come continua a crescere – questo marchio di fabbrica.

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La spiegazione della squadra: “È quasi obbligato a muoversi”

Una delle letture più lucide arriva da chi lo guida in ammiraglia. Fabio Baldato, direttore sportivo della UAE Team Emirates-XRG, ha raccontato a più riprese come l’abitudine di partire da lontano non sia capriccio né ricerca dello spettacolo fine a sé stesso. “Non è che si diverta sempre a partire a 60, 70 o 80 chilometri dall’arrivo solo per dare spettacolo– ha spiegato Baldato –È un ragionamento che arriva da lui, ma che è condiviso anche da noi in ammiraglia. È quasi obbligato a muoversi, per evitare di essere attaccato e isolato dagli altri”. In altre parole: quando i compagni di squadra hanno esaurito le energie e Pogačar si trova solo davanti a una pattuglia di rivali che si guardano in cagnesco, la mossa più sicura – paradossalmente – è prendere il comando delle operazioni, piuttosto che subire i giochi tattici di chi gli sta alle ruote. A questo si aggiunge il lavoro silenzioso fatto ogni inverno con l’allenatore personale Javier Sola, che studia nel dettaglio i percorsi delle classiche e individua il punto esatto in cui un’accelerazione può fare più male agli avversari. Non è un caso che, stagione dopo stagione, l’azione vincente sia arrivata sempre più spesso nello stesso punto-chiave delle gare che ha vinto più volte: la Côte de la Redoute alla Liegi, il Monte Sante Marie alla Strade Bianche, il Kwaremont al Fiandre.

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L’analisi tattica: ridurre l’aleatorietà della corsa

C’è poi una lettura più sofisticata, condivisa da diversi analisti ed editorialisti del settore: Pogacar attacca da lontano per eliminare la componente casuale della gara. In una volata ristretta, in uno sprint a due o tre, tutto può succedere – un errore di traiettoria, un vento contrario, un avversario più lucido negli ultimi 200 metri. Diluendo invece il momento decisivo molto prima del traguardo, lo sloveno trasforma una sfida di pochi secondi in una sfida di resistenza e potenza pura, terreno sul quale la sua superiorità fisica si esprime senza il rischio di episodi imprevedibili. È significativo che lui stesso, dopo il trionfo iridato di Zurigo nel 2024, abbia ammesso: “Non sapevo cosa stessi pensando”, la stessa identica espressione usata in passato per descrivere altre fughe partite “troppo presto” sulla carta. C’è infine un terzo elemento, più recente, legato al cambio di passo fisico mostrato dal corridore: negli ultimi due anni Pogacar ha smussato l’accelerazione secca e improvvisa in favore di un cambio di ritmo prolungato, restando spesso seduto in sella mentre allunga progressivamente. Una modalità che gli permette di sostenere sforzi sub-massimali per periodi molto più lunghi rispetto a uno scatto anaerobico, ed è coerente proprio con la strategia dell’azione da lontano.

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La cronologia degli attacchi: dal 2021 al Giro di Svizzera 2026

Ripercorrere le tappe di questa “filosofia” significa attraversare quasi cinque stagioni di ciclismo internazionale.

Liegi-Bastogne-Liegi, 25 aprile 2021.È la prima vittoria monumento della carriera di Pogacar, arrivata però con una volata a cinque sul traguardo di Liegi: il prototipo dell’attacco da lontano arriverà solo più avanti, ma la Doyenne resterà per anni il suo terreno di caccia preferito.

Il Lombardia, 7 ottobre 2023.Terza vittoria consecutiva nella Classica delle Foglie Morte, arrivata con un attacco solitario a poco più di 30 km dal traguardo sulla discesa del Passo di Ganda. Nonostante un problema di crampi nel finale, Pogacar chiude a Bergamo con quasi un minuto di vantaggio su un gruppetto di inseguitori regolato da Andrea Bagioli.

Strade Bianche, 2 marzo 2024.È probabilmente l’episodio più citato in assoluto quando si parla di “attacchi pazzeschi”: sul settore sterrato di Monte Sante Marie, sotto un violento acquazzone, Pogacar parte quando mancano 81 chilometri al traguardo di Siena. Nessuno risponde. Il vantaggio cresce di minuto in minuto fino a superare i due minuti e mezzo sul traguardo, il margine più ampio nella storia della corsa. Secondo i dati pubblicati da Velon, sull’intera azione solitaria lo sloveno ha tenuto una media di 340 watt e 360 watt normalizzati, oltre 5,5 watt/kg per più di due ore, viaggiando a una velocità media di 38,9 km/h nonostante il percorso fosse tutt’altro che pianeggiante.

Plateau de Beille, Tour de France 2024, 14 luglio.Nella quindicesima tappa, dopo aver risposto all’attacco di Jonas Vingegaard a 10,5 km dal traguardo lasciandolo sfogare, lo sloveno scatta a sua volta a 5,4 km dalla vetta e vola da solo verso l’arrivo, abbattendo il record di salita di Marco Pantani (1998) con un crono di 39’44” contro 43’20”, a una VAM stimata di circa 1.730 metri/ora. Il margine sul danese è di 1’08”, quello su Remco Evenepoel di 2’51”.

Campionati del Mondo, Zurigo, 29 settembre 2024.È l’episodio che più di ogni altro consolida il “mito” dell’attacco da lontano: Pogacar scatta per la prima volta quando mancano 100 chilometri al traguardo, raggiunge il compagno di fuga Jan Tratnik, rifiata qualche chilometro e poi riparte definitivamente a 77 km dalla conclusione, restando in solitaria assoluta dai 51 km in poi, dopo aver staccato anche l’ultimo compagno di squadra rimasto, Pavel Sivakov. Il vantaggio sugli inseguitori oscilla quasi sempre tra 45 secondi e un minuto e mezzo, senza mai superare i 90 secondi: un equilibrio gestito con sapienza fino in fondo. Il successo arriva con 34″ su Ben O’Connor e 58″ su Mathieu van der Poel, campione del mondo uscente. Secondo le stime diffuse da analisti di potenza come Knowledge is Watt, nei primi 41 secondi dell’attacco decisivo Quinn Simmons – uno dei pochi a provare a resistere – avrebbe espresso una potenza media di 743 watt con picco di 985 watt prima di saltare; lo stesso Pavel Sivakov, nello strappo di Zürichbergstrasse, avrebbe tenuto 641 watt medi (9,3 W/kg) per quasi due minuti. Per la sua azione decisiva, secondo il preparatore Iñigo San Millán (storico capo allenatore della UAE prima del passaggio ad altri incarichi nel ciclismo internazionale) e altri tecnici del settore, Pogacar è in grado di sostenere punte vicine ai 700 watt per cinque minuti – un dato che lo collocherebbe nell’area dei 10 watt/kg su quella durata, livello considerato eccezionale anche tra i migliori scalatori della storia recente.

Il Lombardia, 12 ottobre 2024.Quarto sigillo consecutivo alla “classica delle foglie morte”, record dai tempi di Fausto Coppi (1946-1949): l’attacco scatta a 48,5 km dal traguardo di Como. Remco Evenepoel resta a 50 secondi per qualche chilometro, ma il margine finale si dilata fino a 3 minuti e 16 secondi.

Liegi-Bastogne-Liegi, 27 aprile 2025.Terzo successo personale alla Doyenne, il copione si ripete quasi identico a quello degli anni precedenti: attacco sulle prime rampe della Côte de la Redoute, a circa 30 km dal traguardo, con Remco Evenepoel lasciato indietro all’istante. Vittoria in solitaria con un margine di 1’02” sul gruppetto degli inseguitori, regolato da Giulio Ciccone davanti a Ben Healy.

Il Lombardia, 11 ottobre 2025.Quinto trionfo consecutivo, record assoluto nella storia della corsa. L’attacco scatta a 36 km dal traguardo, in inseguimento del fuggitivo Quinn Simmons, raggiunto e subito staccato in appena due chilometri. Pochi giorni dopo, ai Mondiali in Ruanda, Pogačar firma anche un’ulteriore fuga solitaria di 37 km nella prova in linea, completando una stagione da 25 vittorie in 58 giorni di gara.

Strade Bianche, 7 marzo 2026.Quarta vittoria alla “Classica del Nord più a Sud d’Europa”, ancora con un attacco in solitaria di 80 km lanciato sul settore di Monte Sante Marie, dopo che la sua UAE Team Emirates-XRG ha neutralizzato la fuga di giornata proprio ai piedi del settore decisivo.

Liegi-Bastogne-Liegi, 26 aprile 2026.Quarta vittoria alla Doyenne in carriera, in un’edizione complicata da una caduta che lo costringe a un lungo inseguimento di 165 km per ricucire 3’20” su Evenepoel. Sulla Côte de la Redoute, a 30 km dal traguardo, scatta sei volte: il giovane francese Paul Seixas (appena 19 anni) resiste a cinque accelerazioni su sei, cedendo solo sulla Roche-aux-Faucons, a 13 km dall’arrivo.

Giro di Svizzera 2026, 17-21 giugno.L’ultimo, più recente, capitolo della saga. Già nella tappa inaugurale, con partenza e arrivo a Sondrio, Pogačar attacca a 71 km dal traguardo sull’ascesa di Buglio in Monte, raggiunge e stacca l’unico fuggitivo di giornata e non si fa più rivedere da nessuno, rifilando 2’13” a Richard Carapaz. Nella cronometro di Aarburg batte Mathieu van der Poel per 31 centesimi di secondo, e nell’ultima tappa, la cronoscalata di Villars-sur-Ollon, attacca a 8 km dal traguardo riprendendo e superando l’ultimo fuggitivo, il francese Lenny Martinez, a 850 metri dal termine. Chiude la corsa con un margine di 6’32” su Carapaz, completando un test generale perfetto in vista del Tour de France 2026.

Quando l’attacco da lontano non basta: i casi di Sanremo e Roubaix

È giusto, per completezza giornalistica, ricordare che la strategia non sempre paga: alla Milano-Sanremo, corsa di quasi 300 km in cui il finale (Cipressa-Poggio) lascia poco margine per allungare i tempi, Pogacar ha spesso dovuto rincorrere la vittoria fino all’ultimo metro, perdendo la volata contro van der Poel nel 2025 (sia pure per pochi centimetri), prima di trovare finalmente il successo nell’edizione 2026 con un finale più equilibrato tra azione in salita e gestione in discesa. Anche alla Parigi-Roubaix, dove gli ha preferito Wout van Aert nel 2026, la lunga sequenza di settori in pavé concede comunque diversi tentativi, ma non sempre la vittoria.

Cosa dicono gli ex campioni

Il paragone più ricorrente, quando si parla di questo stile di corsa, è quello con Eddy Merckx. Francesco Moser ha sintetizzato bene la differenza tra le due epoche: “Merckx preparava gli attacchi con la squadra, gestiva le corse in maniera molto diversa, più tradizionale se vogliamo. Pogacar invece è un corridore atipico: non aspetta, non calcola troppo, attacca anche da lontano e con grande naturalezza”. Anche secondo analisti più giovani, la differenza sostanziale rispetto al “Cannibale” non sta tanto nella superiorità fisica – comunque fuori scala – quanto nella capacità di leggere la corsa in modo non convenzionale, rompendo schemi tattici che il gruppo considerava acquisiti.

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Una rivoluzione che ha cambiato il modo di correre

Al di là delle interpretazioni – c’è chi parla di spettacolo puro, chi invece lamenta una minore imprevedibilità nel risultato finale – un dato resta incontestabile: il ciclismo di oggi si decide sempre più lontano dal traguardo rispetto a un decennio fa, e Pogacar è il principale artefice di questo cambiamento di paradigma. Le sue fughe non sono follia né semplice istinto: sono il prodotto di una superiorità fisica che i numeri – i watt, i rapporti peso/potenza, le VAM da record – confermano stagione dopo stagione, unita a una lettura di gara che anticipa i momenti di debolezza altrui prima ancora che si manifestino. Resta da capire se, con l’inevitabile crescita degli avversari più giovani – Paul Seixas su tutti – questa strategia continuerà a funzionare con la stessa regolarità degli ultimi cinque anni, o se il gruppo troverà finalmente la contromisura per arginare l’uomo che ha riportato il ciclismo a un’epica che sembrava perduta.

* In copertina Tadej Pogacar