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32 anni dopo, l’Italia torna ai Mondiali

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L’Italia del basket femminile torna al Mondiale: un viaggio tra passato, cadute e ricostruzione che porta a Berlino una generazione pronta a diventare qualcosa di più

“Andiamo a Berlino, Beppe!”. Ci sono frasi che attraversano il tempo senza perdere peso. Restano sospese tra memoria e presente. Oggi quella frase torna a essere attuale, ma con un significato diverso: Berlino, dal 4 al 13 settembre, sarà il punto di arrivo di un viaggio lungo trentadue anni.

Trentadue anni: abbastanza per attraversare generazioni, cambiare il modo di giocare a basket, trasformare il ruolo delle donne nello sport e nella società. L’ultima volta dell’Italia a un Mondiale femminile risale a Sydney 1994. Un’altra epoca. Un altro mondo. C’è un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi statistica questa distanza: l’unica giocatrice di questa Nazionale già nata allora è Laura Spreafico. Il 12 giugno 1994 aveva quasi tre anni. È l’unico ponte vivente tra quell’Italia e questa. Non sappiamo se fosse davanti a una televisione durante l’ultima partita di quel Mondiale — una finale per l’undicesimo posto vinta contro il Giappone — ma è suggestivo pensare che, in qualche modo, quella storia sia rimasta in sospeso fino a oggi.
Gli anni Novanta, per il basket femminile italiano, sono stati una stagione luminosa: le Olimpiadi di Barcellona 1992 e Atlanta 1996, e soprattutto l’argento europeo del 1995 a Brno. Poi, lentamente, il buio. O meglio: una lunga zona d’ombra fatta di tentativi, cadute, ricostruzioni. Eppure, nel tempo, qualcosa ha continuato a muoversi sotto la superficie.

Diventare grandi

Il torneo premondiale non era soltanto una qualificazione. Era una verifica identitaria. La domanda era semplice e brutale: questa Italia è davvero pronta? Riconfermarsi, nello sport, è sempre più difficile che emergere. Dopo il bronzo europeo della scorsa estate, le aspettative erano cambiate. Non più outsider, ma squadra osservata, studiata, attesa. Le prime due partite contro Portorico e Nuova Zelanda hanno dato risposte rassicuranti. Vittorie solide, gestione lucida, la sensazione di un gruppo consapevole dei propri mezzi.

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Poi è arrivata la realtà più dura: gli Stati Uniti. Le campionesse in carica hanno imposto una differenza che va oltre il punteggio. Intensità, talento, profondità: ogni possesso sembrava giocato a una velocità diversa. Clark, Bueckers e compagne hanno trasformato la partita in una lezione di pallacanestro contemporanea. Non tanto una sconfitta, quanto una presa di coscienza.
Tutto si è deciso contro la Spagna. Una partita che portava dentro più livelli: la storia recente, il peso della tradizione, il ricordo di un tabù che durava dal 1998. L’Italia era avanti di undici punti a pochi minuti dall’intervallo lungo. Poi il blackout: un parziale di 19-2 per le iberiche che avrebbe potuto spezzare qualsiasi squadra. È qui che qualcosa è cambiato. Le azzurre non si sono disunite. Hanno reagito con ordine, lavorando sulle linee di passaggio, aumentando la pressione difensiva, tornando a controllare ritmo e spazi. Non è stata una rimonta spettacolare, ma una ricostruzione paziente, quasi testarda. Il 68-56 finale è il risultato di questa maturità.

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Ancora una volta, il riferimento è stato Cecilia Zandalasini, trent’anni appena compiuti, leader tecnica ed emotiva. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a lei. Questa Italia è un sistema. Laura Spreafico, Francesca Pan, Costanza Verona, Francesca Pasa, Jasmine Keys, Sara Madera, Martina Fassina, Lorela Cubaj, Mariella Santucci, Olbis Andrè, Martina Kacerik. Nomi diversi, percorsi diversi, un’unica identità. E poi Andrea Capobianco, il regista silenzioso di questa costruzione.
L’ultima partita contro il Senegal è stata poco più di una formalità: una vittoria netta, 85-35, utile a chiudere il girone senza ulteriori scosse.

Il momento che ha cambiato tutto

Per capire davvero questa squadra bisogna tornare indietro.
Europei 2017. Semifinale per il quinto posto contro la Lettonia. In palio c’è il Mondiale 2018. L’Italia è lì, a un passo. Poi, nei secondi finali, arriva il fischio: fallo antisportivo di Zandalasini. Una decisione che, ancora oggi, resta sospesa tra regolamento e interpretazione. La Lettonia va ai Mondiali. L’Italia resta fuori. Quella partita non è stata solo una sconfitta. È diventata una frattura emotiva, una cicatrice condivisa da un’intera generazione. Da lì in poi, il percorso è stato irregolare: eliminazioni agli ottavi nel 2019 contro la Russia, nel 2021 contro la Svezia, nel 2023 contro il Montenegro. Sempre abbastanza forti da competere, mai abbastanza solide da fare il salto.

Come si costruisce una Nazionale

Eppure, mentre la Nazionale maggiore faticava a trovare continuità, qualcosa cresceva altrove. Il movimento giovanile italiano ha prodotto risultati di altissimo livello: sette medaglie agli Europei Under 20 negli ultimi dodici anni, tra cui l’oro del 2019; un oro Under 18 nello stesso anno; quattro medaglie Under 16, con il titolo del 2018. Non è il talento della singola generazione, ma la prova di un sistema che ha iniziato a funzionare.
Parallelamente, anche il campionato italiano ha alzato il proprio livello qualitativo. Tre realtà, in particolare, hanno contribuito a costruire l’ossatura di questa Nazionale. Il Famila Schio, presenza costante ai vertici europei, capace di competere stabilmente in Eurolega. La Reyer Venezia, progetto integrato tra maschile e femminile, esempio raro di visione sportiva unitaria. E la Magnolia Campobasso, una delle storie più interessanti degli ultimi anni: una società giovane, cresciuta rapidamente, con un settore giovanile tra i migliori del Paese. È da qui che nasce questo gruppo: dall’intreccio tra formazione, club e Nazionale. Non un’esplosione improvvisa, ma un processo.

La forza delle relazioni

C’è un aspetto che distingue questa Italia dalle versioni precedenti: la qualità delle relazioni interne. Non è solo questione di talento o sistemi di gioco. È la capacità di stare insieme nei momenti critici, di riconoscersi dentro una difficoltà comune. La rimonta subita contro la Spagna non ha prodotto panico, ma coesione. Questo è un segnale che non compare nelle statistiche, ma che spesso decide le partite. Zandalasini è il volto più visibile, ma il cuore del gruppo è distribuito. Keys e Cubaj portano fisicità e presenza sotto canestro, Verona e Santucci organizzano, Pan e Fassina garantiscono equilibrio sugli esterni. Spreafico è memoria e connessione. E poi c’è il futuro, che ha già un nome: Matilde Villa. Il suo rientro dall’infortunio potrebbe cambiare le prospettive della squadra, aggiungendo creatività e imprevedibilità.

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Fin dove può arrivare

Arrivare al Mondiale è già un risultato storico. Ma lo sport, quando raggiunge una soglia, cambia le domande. Non più “possiamo farcela?”, ma “fin dove possiamo arrivare?”. Le favorite restano le solite: gli Stati Uniti su tutte, poi le grandi potenze europee. Ma i tornei brevi hanno una logica diversa. Bastano una partita giusta, un incastro favorevole, un momento di fiducia. L’Italia lo ha già dimostrato agli ultimi Europei, battendo la Francia e giocando alla pari con il Belgio. Non è più una sorpresa. La vera sfida sarà arrivare a settembre nella miglior condizione possibile, con il roster completo e senza infortuni. Perché questa squadra, al massimo del suo potenziale, può essere più pericolosa di quanto dica il ranking.

Con lo sguardo avanti

Ci sono storie che non fanno rumore mentre accadono. Crescono lentamente, senza annunci, senza clamore. Poi, all’improvviso, si manifestano. Questa Nazionale è una di quelle storie. Non nasce da un singolo momento, ma da anni di lavoro invisibile: allenamenti, sconfitte, tornei giovanili, palazzetti semivuoti, viaggi lunghi. È una costruzione collettiva, stratificata. Berlino, quindi, non è solo una destinazione. È una restituzione.

A chi c’era nel 1994 e ha aspettato.
A chi ha perso nel 2017 e non ha dimenticato.
A chi ha vinto nei settori giovanili senza avere ancora un palcoscenico.
A chi ha continuato a credere che il basket femminile italiano potesse tornare lì dove era stato.

Trentadue anni dopo, l’Italia è di nuovo dentro una storia mondiale. E questa volta, forse, non è solo un ritorno. È un inizio.


* In copertina Nazionale Italiana Femminile Basket (Foto di FIP)