L’opposto milanese appende le scarpette al chiodo a 33 anni, dopo aver giocato in Italia, Brasile, Corea, Polonia, Francia e Indonesia
C’è chi chiude una carriera con un titolo in mano, chi con un rimpianto. Valentina Diouf chiude con entrambi, e forse è proprio per questo che la sua storia merita di essere raccontata fino in fondo. Nata a Milano il 10 gennaio 1993 da padre senegalese e madre italiana, alta 202 centimetri, Valentina Diouf ha iniziato il suo percorso nel volley che era ancora adolescente. Nella stagione 2009-10 debutta come professionista in Serie A2 con la squadra del Club Italia, la palestra federale che ha formato generazioni di atlete azzurre. Già a quell’età, però, il talento era evidente: potenza in attacco, statura imponente, istinto per il gioco. Non una giocatrice normale.
I primi anni e l’esplosione
Nel 2011 arriva la chiamata del Volley Bergamo, in Serie A1, dove Diouf rimane per tre stagioni consecutive e conquista la Supercoppa Italiana. Sono gli anni della formazione, quelli in cui il talento grezzo comincia a trasformarsi in qualità matura. Nel 2013 arriva anche l’oro ai Giochi del Mediterraneo con la Nazionale maggiore, dopo aver già collezionato con le selezioni giovanili l’oro agli Europei Under-19 nel 2010 e al Mondiale Under-20 nel 2011. Nella stagione 2014-15 Bergamo la cede in prestito alla Futura Volley Busto Arsizio, e lì comincia la storia d’amore più intensa della sua carriera. Con le biancorosse del PalaYamamay, Diouf trova casa, sponde e grandissimo volley. Viene premiata come miglior opposto della Champions League 2014-15, stagione in cui la UYBA raggiunge la finale della massima competizione europea. Un’impresa che ancora oggi la tifoseria di Busto porta nel cuore. Dopo una parentesi a Modena nella stagione 2015-16, torna alla UYBA per il biennio 2016-18. In Coppa CEV 2016-17 guida la squadra fino alla finale, venendo eletta MVP della competizione. Sono le sue stagioni forse più brillanti in Italia.
Il giro del mondo
Nel 2018 Diouf sceglie una strada che pochissime italiane avevano percorso prima: lasciare l’Europa e mettersi alla prova altrove. Si trasferisce in Brasile, al Bauru nella Superliga, ripercorrendo le orme di Francesca Piccinini, prima pallavolista italiana ad aver giocato con un club brasiliano. Con il SESI Vôlei Bauru si aggiudica il Campionato Paulista nel 2018. Poi la Corea del Sud, dove viene selezionata come prima scelta nel draft riservato alle straniere nella V-League: un segnale di quanto il suo nome fosse già internazionalmente riconosciuto. Nel corso della carriera gioca in Italia, Brasile, Corea, Polonia, Francia e Indonesia – un percorso da vera giramondo dello sport, che le permette di assorbire stili di gioco e culture diverse. Con il ŁKS Commercecon Łódź in Polonia conquista il campionato polacco nel 2022-23. Nel mezzo, una parentesi italiana alla Bartoccini Perugia nella stagione 2021-22, che si chiude prima del tempo in modo burrascoso. Non le era mai capitato in tanti anni di carriera di non portare a termine una stagione: ci ha rimesso dei soldi, ma a toglierle il sorriso non ci sta. Una frase che dice molto di lei.
La Nazionale e la ferita olimpica
Con la maglia azzurra Diouf ha vissuto momenti di grande soddisfazione e uno, in particolare, difficile da dimenticare. Inserita nella squadra che avrebbe dovuto partecipare alle Olimpiadi di Rio 2016, viene esclusa all’ultimo momento per una scelta tecnica dell’allora ct Marco Bonitta. La comunicazione arriva tramite un sms, poche ore prima della partenza: una ferita che non si rimargina del tutto. Da quel momento il rapporto con la Nazionale si incrina progressivamente, fino a chiudersi. L’ambiente della squadra azzurra non è stato un terreno facile per lei, che si è sempre considerata un’outsider, restia a piegarsi a logiche di spogliatoio che non condivideva.
Fuori dal campo: il volto pubblico
Diouf è stata qualcosa di più di un’atleta. Nel 2017 sale sul palco del Festival di Sanremo, ospite di Carlo Conti, diventando uno dei simboli nazionali di sport, cultura e inclusione. Ha partecipato a programmi televisivi come Zelig eE poi c’è Cattelan, ha collaborato con Nike per il progettoMade to Playa supporto delle ragazze nello sport. Nel 2015 pubblica con Mondadori il libro autobiografico “Quando sarai grande”, un racconto sincero della sua crescita multiculturale e delle sfide affrontate come giovane atleta in un mondo ancora pieno di pregiudizi. Ambasciatrice Laureus, fondazione impegnata a sostenere i minori attraverso lo sport, si è battuta pubblicamente contro il bullismo negli spogliatoi e per una maggiore consapevolezza finanziaria tra le atlete. Un profilo che raramente si vede nel volley italiano.
Il finale, a Busto
A ottobre 2025 annuncia quasi di sfuggita, a margine di un evento con studenti, che quella sarà la sua ultima stagione. L’aveva scelto da tempo: chiudere dove aveva vissuto i momenti più belli, con la maglia biancorossa della UYBA. Ha già avviato in parallelo un percorso nel business coaching e collabora con una fondazione: il post-carriera non l’ha colta impreparata. Valentina Diouf lascia uno sport che ha cambiato grazie al suo passaggio, non solo per i palloni messi giù. Ha dimostrato che una pallavolista italiana poteva essere famosa senza bisogno di un oro olimpico, che si poteva girare il mondo senza perdere la propria identità, e che dentro e fuori dal campo si può essere qualcosa di più di un ruolo. Non è poco.
* In copertina Valentina Diouf (Foto di Lega Volley Femminile)
