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Milano-Sanremo, il romanzo infinito della Classicissima

La corsa più lunga e imprevedibile del ciclismo, tra storia, tattica e miti senza tempo

La primavera del ciclismo su strada si apre tradizionalmente con la Milano-Sanremo, la cosiddetta Classicissima. Si disputa a marzo, nel periodo di San Giuseppe, e insieme a Parigi-Roubaix, Giro delle Fiandre, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia compone il ristretto e prestigioso gruppo delle Classiche Monumento. Con i suoi 300 chilometri, è la corsa di un giorno più lunga del calendario World Tour e una delle più attese della stagione. Il suo sviluppo, che unisce lunghi tratti pianeggianti a un finale tecnico e selettivo, la rende una gara particolare: raramente esplosiva, ma capace di premiare resistenza, gestione dello sforzo e capacità tattica. Più che una corsa da dominare, la Milano-Sanremo è spesso una gara da interpretare, costruita nel corso delle ore e decisa nei chilometri conclusivi.

Le origini

La nascita della Milano-Sanremo ha qualcosa di quasi paradossale. Tutto parte dal fallimento: una corsa automobilistica, la Milano-Acqui-Sanremo, segnata da condizioni proibitive e conclusa da appena due vetture. Da quell’insuccesso nacque però un’idea destinata a cambiare la storia dello sport. Fu Eugenio Costamagna, direttore dellaGazzetta dello Sport, a intuire il potenziale di quel tracciato e a trasformarlo in una sfida ciclistica, affidandone l’organizzazione ad Armando Cougnet. Il 14 aprile 1907 si disputò la prima edizione. Il clima era ostile, quasi respingente: freddo, pioggia, strade difficili. Vinse il francese Lucien Petit-Breton, percorrendo 281 chilometri a una media che oggi appare lontana, ma che allora rappresentava un’impresa. Nel 1910 la corsa entrò definitivamente nel mito. Neve, gelo, condizioni estreme: i corridori si fermavano nelle case lungo il percorso per scaldarsi, alcuni abbandonavano, altri resistevano per orgoglio. Solo sette arrivarono al traguardo. Tra loro, il vincitore Eugène Christophe, che comprese di aver vinto soltanto vedendo le prime case di Sanremo.

Campioni e dinastie

La Milano-Sanremo è una corsa che sembra aperta a tutti, ma che nel tempo ha costruito vere e proprie dinastie. Costante Girardengo fu il primo dominatore: sei vittorie e un’impressione di superiorità costante. Dopo di lui arrivarono Alfredo Binda e Learco Guerra, simboli di un ciclismo che stava diventando spettacolo nazionale. Negli anni ’40, la rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi trasformò la corsa in qualcosa di più di un evento sportivo: era una questione di identità, di stile, quasi di ideologia.

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Poi arrivò Eddy Merckx, il Cannibale. Sette vittorie, un record ancora imbattuto, ma soprattutto la sensazione che potesse vincere in qualsiasi modo: in volata, in fuga, per distacco. Tra le imprese italiane più memorabili resta quella di Michele Dancelli nel 1970, capace di interrompere un lungo digiuno con un attacco solitario diventato simbolo di coraggio.
Il ciclismo moderno ha poi raccontato altre storie: le volate potenti di Mario Cipollini, la precisione di Alessandro Petacchi, la velocità pura di Mark Cavendish. E infine l’arte dell’attacco perfetto, incarnata da Vincenzo Nibali nel 2018: uno scatto sul Poggio, pochi secondi di vantaggio e una discesa affrontata al limite, fino a trasformare un’intuizione in un capolavoro.
Oggi, tra gli interpreti più completi, c’è Mathieu Van der Poel, corridore capace di riscrivere le regole della corsa con potenza e creatività. E poi c’è Tadej Pogačar. Dominatore delle grandi corse a tappe, talento fuori scala, ma ancora privo di una Milano-Sanremo. Una corsa che sembra sfuggirgli proprio perché non premia sempre il più forte. Il suo sogno è chiaro: trovare il modo di spezzare l’equilibrio e trasformare la Classicissima in una delle sue opere.

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Il percorso: dall’entroterra al mare

La Milano-Sanremo è unica anche per la sua struttura. Non è una gara che esplode subito: è una corsa che si costruisce lentamente, quasi con pazienza narrativa.
Si parte da Pavia, per poi innestarsi verso il tracciato storico in direzione della Liguria. Dopo Tortona, la strada sale gradualmente verso il Passo del Turchino, primo vero punto di riferimento della giornata. Il Turchino non è una salita durissima, ma rappresenta una soglia simbolica: dopo lo scollinamento, la corsa cambia completamente volto. Si scende verso il mare e si entra nella seconda parte della gara, quella in cui ogni dettaglio conta. L’Aurelia accompagna i corridori lungo la Riviera di Ponente, tra vento, curve e tensione crescente. Si attraversano località iconiche, mentre il gruppo si prepara inconsciamente al finale. I tre capi — Mele, Cervo e Berta — sono ostacoli brevi ma capaci di logorare le gambe. Non decidono la corsa, ma iniziano a selezionare, a creare crepe nel gruppo.

Cipressa e Poggio: il finale

Superata la breve discesa verso Imperia, si va dritti verso la Cipressa, la prima vera chiave tattica della Milano-Sanremo moderna. I numeri raccontano una salita pedalabile (5,65 chilometri di ascesa, pendenza media del 4,1%, con punte massime del 9%), ma la realtà è diversa. Dopo oltre 250 chilometri, anche pendenze moderate diventano difficili da gestire. È qui che le squadre dei favoriti iniziano a forzare, imponendo un ritmo che può mettere in crisi i velocisti puri. La Cipressa è il luogo dell’inquietudine: attacchi timidi, accelerazioni, tentativi di anticipare. Spesso non basta per fare la differenza definitiva, ma cambia la composizione del gruppo e prepara il terreno. Chi resta indietro qui, difficilmente rientra davvero in gioco.
Giunti in vetta mancheranno 21,7 chilometri al traguardo e le carte potrebbero rimescolarsi con una discesa ripida e tecnica che riporterà tutti sull’Aurelia e con i successivi 9 chilometri pianeggianti attraverso Santo Stefano a Mare e Arma di Taggia, superate le quali inizierà l’ultima e spesso decisiva asperità di giornata, sua maestà il Poggio. Non è una salita terribile — 3,7 km al 3,7% — ma dopo quasi 300 chilometri diventa un giudice spietato. Qui si sono scritte pagine epiche: scatti improvvisi, biciclette che ondeggiano, gambe che esplodono. Qui Vincenzo Nibali ha costruito la sua impresa, ma prima di lui in tanti hanno provato a trasformare pochi minuti in eternità.

Il Poggio è una questione di istinto: partire troppo presto significa essere ripresi, troppo tardi significa non partire affatto. E poi c’è la discesa: tecnica, nervosa, spesso decisiva. Curve affrontate al limite, traiettorie perfette o errori fatali. È qui che la Milano-Sanremo diventa davvero un romanzo. Dopo l’ultima curva, restano poco più di due chilometri. Una manciata di secondi per decidere tutto: un attacco solitario, un gruppetto che collabora, oppure la volata. E nella volata della Sanremo non vince sempre il più veloce, ma il più lucido.

La Milano-Sanremo è una contraddizione continua: troppo lunga per essere controllata, troppo facile per essere selettiva, troppo imprevedibile per avere un copione. È una corsa che respinge i dominatori e premia gli audaci, che sfugge alle logiche e si consegna a chi sa leggere il momento perfetto. Per questo Tadej Pogačar continua a inseguirla: perché vincere la Classicissima non significa solo aggiungere un trofeo, ma risolvere uno dei più affascinanti enigmi del ciclismo.
E ogni anno, quando il gruppo scende dal Poggio verso Sanremo, il finale resta sempre lo stesso — e sempre diverso: una storia già scritta, che aspetta soltanto il nome del suo prossimo eroe.

* In copertina Tadej Pogacar