Dall’oro olimpico di Pechino alla terza positività in Germania: tutte le tappe di una vicenda che da quindici anni divide lo sport italiano
Il 22 giugno 2016, mentre la delegazione azzurra si preparava a salire al Quirinale per la cerimonia della consegna della bandiera in vista dei Giochi di Rio de Janeiro, arrivò la notizia che avrebbe rovinato l’ennesima estate olimpica di Alex Schwazer: una nuova positività al doping, la seconda della carriera. Dieci anni dopo, il 22 giugno 2026, la storia si è ripetuta una terza volta. Stesso copione, stessa sostanza della prima caduta – l’eritropoietina – stesso nome sulle agenzie di stampa. Nel mezzo, un oro olimpico vinto a 23 anni, una confessione, una squalifica scontata fino in fondo, un processo penale che ha messo in discussione l’intero sistema mondiale antidoping, e un ritorno alle gare, a 41 anni, che pareva la chiusura di un cerchio. Il 25 giugno 2026 Schwazer ha annunciato la rinuncia a qualunque controanalisi e a “ogni battaglia legale”. Una vicenda lunga quindici anni, fatta di provette, laboratori, tribunali e una sola certezza condivisa da tutti: che la verità, in questo caso, non sia mai stata semplice da raccontare. Questo dossier ripercorre, fatto dopo fatto, tutte le tappe del caso Alex Schwazer.
Il predestinato di Vipiteno
Alex Schwazer nasce a Vipiteno, in provincia di Bolzano, il 26 dicembre 1984, e cresce tra Vipiteno e la frazione di Calice di Racines. Da bambino è uno sportivo eclettico: pratica sci alpino ed è una promessa dell’hockey su ghiaccio, tanto da vestire la maglia delle giovanili del Vipiteno e della nazionale Under 16. A 15 anni si avvicina all’atletica leggera come mezzofondista, sotto la guida di Hans Ladurner a Merano, e solo nella categoria allievi scopre la specialità che lo renderà celebre, la marcia. Tra i 18 e i 20 anni si dedica anche al ciclismo, mountain bike e strada, prima di tornare definitivamente al “tacco e punta” su insistenza di Sandro Damilano, storico tecnico della Scuola di marcia di Saluzzo (fratello di Maurizio Damilano, a sua volta oro olimpico a Mosca 1980). L’esordio internazionale di rilievo arriva nel 2005, con il titolo italiano della 50 km e il bronzo mondiale a Helsinki. Nel 2007 sfiora il record del mondo della distanza, fermandosi a soli 17 secondi dal primato, e conquista un nuovo bronzo iridato a Osaka. Nello stesso periodo entra a far parte del Centro Sportivo Carabinieri, allenato da Michele Didoni, a sua volta campione del mondo della 20 km nel 1995.
Pechino 2008: l’oro più giovane della storia della 50 km
Il punto più alto della carriera arriva il 22 agosto 2008: ai Giochi Olimpici di Pechino, Schwazer vince la 50 km di marcia con il tempo di 3h37’09”, nuovo record olimpico della specialità, diventando – a 23 anni – l’atleta più giovane nella storia dei Giochi a trionfare in quella gara. Un successo costruito a Saluzzo, nel centro federale della marcia, e celebrato come uno dei momenti più alti dell’atletica italiana di quegli anni. Negli anni successivi arrivano altri risultati di livello: nono ai Mondiali di Taegu 2011 nella 20 km, e soprattutto un argento agli Europei di Barcellona 2010 nella 20 km, alle spalle del russo Stanislav Emel’janov. Quel piazzamento, però, si trasforma in oro a tavolino: il 30 luglio 2014 Emel’janov viene privato del titolo per irregolarità nel passaporto biologico, e la medaglia europea – la prima vera onorificenza continentale della carriera di Schwazer – gli viene riassegnata postuma, ironia della sorte, mentre lui stesso stava scontando la propria squalifica per doping. In quegli anni Schwazer è anche un personaggio molto seguito al di fuori delle piste: dal 2007 al 2012 è legato sentimentalmente alla campionessa di pattinaggio artistico Carolina Kostner, coppia molto popolare nello sport italiano del tempo.
Il crollo: l’Epo di Londra 2012
Il 30 luglio 2012, pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi di Londra, l’Agenzia mondiale antidoping sottopone Schwazer a un controllo a sorpresa nella sua abitazione di Racines. Il 6 agosto viene comunicata la positività all’eritropoietina ricombinante. Il CONI lo esclude immediatamente dalla squadra olimpica della 50 km, gara in programma l’11 agosto, e il giorno successivo Schwazer si dimette dai Carabinieri e ammette pubblicamente l’uso della sostanza, raccontando di averla acquistata in una farmacia di Antalya, in Turchia. È l’unica delle tre positività della carriera che l’atleta non ha mai contestato.
Il Tribunale Nazionale Antidoping del CONI gli infligge una squalifica di 3 anni e 6 mesi, con decorrenza dal 30 luglio 2012. A questa pena se ne aggiunge un’altra, decisa solo nel febbraio 2015 dalla II Sezione del Tribunale: altri tre mesi per aver eluso il prelievo dei campioni biologici, avendo chiesto alla compagna Carolina Kostner di negare la sua presenza in casa al momento del controllo. La pattinatrice, accertato che non poteva essere incolpata di aver coperto l’assunzione di sostanze illecite, viene comunque squalificata per un anno e quattro mesi per aver mentito al controllore antidoping, in violazione delle norme che vietano qualsiasi forma di aiuto all’elusione di un test. Sul piano penale, Schwazer patteggia davanti alla Procura di Bolzano una pena di 8 mesi (sospesa) e una multa di 6mila euro. Il provvedimento sportivo lo terrà fuori dalle competizioni fino al 29 aprile 2016.
Sandro Donati e il sogno di una rinascita “pulita”
È durante la squalifica che la storia di Schwazer prende una piega che diventerà centrale per tutto il resto della vicenda. Nel gennaio 2015 l’atleta entra in contatto con Sandro Donati, allenatore ed ex ricercatore del CONI, da decenni considerato una delle voci più severe della lotta al doping in Italia, autore di studi e denunce che negli anni Novanta avevano già scosso il mondo del ciclismo e dell’atletica. Donati inizia ad allenarlo nell’aprile 2015, circondandolo di un comitato tecnico-scientifico (tra cui il tecnico Mario De Benedictis e i professori Dario D’Ottavio e Benedetto Ronci) con un obiettivo dichiarato: dimostrare che Schwazer potesse tornare a competere ad alto livello senza doping, sotto monitoraggio costante, puntando ai Giochi di Rio de Janeiro 2016. Il settore tecnico federale gli consente di disputare un test individuale a Tagliacozzo nel settembre 2015, che si rivela incoraggiante. Al termine della squalifica, l’8 maggio 2016, Schwazer torna in gara direttamente in maglia azzurra ai Mondiali a squadre di marcia di Roma, vincendo la 50 km in 3h39’00” e centrando, sulla carta, la qualificazione per Rio. È il momento in cui l’operazione Donati sembra avere successo.
21 giugno 2016: la seconda positività e l’esclusione da Rio
Il 21 giugno 2016 arriva però la notizia che cambia di nuovo tutto: un campione di urine prelevato a sorpresa il 1° gennaio di quell’anno, inizialmente risultato negativo a una prima analisi di routine, risulta positivo ai metaboliti del testosterone dopo un approfondimento tramite spettrometria di massa a rapporto di isotopi. L’8 luglio 2016 la IAAF (oggi World Athletics) sospende cautelativamente l’atleta, dopo che anche la controanalisi confermi l’esito. Schwazer nega categoricamente di essersi dopato e, fin da subito, denuncia una manipolazione esterna del campione. Il TAS di Losanna discute il ricorso proprio in concomitanza con l’apertura dei Giochi di Rio e, il 10 agosto 2016, lo respinge: per la seconda violazione, in regime di recidiva, la sanzione è di 8 anni di squalifica, con annullamento di tutti i risultati ottenuti nel 2016, inclusa la vittoria mondiale a squadre di Roma.
Il processo di Bolzano: l’ipotesi della manipolazione
Parallelamente alla giustizia sportiva, la vicenda prosegue sul piano penale italiano. La difesa di Schwazer, guidata dall’avvocato bolzanino Gerhard Brandstaetter (al suo fianco fin dal 2012) sostiene da subito che i campioni del 1° gennaio 2016 siano stati alterati per danneggiare l’atleta e, indirettamente, lo stesso Donati, in un periodo in cui quest’ultimo aveva testimoniato contro due medici della FIDAL accusati di favoreggiamento al doping. Le indagini, coordinate dal GIP di Bolzano Walter Pelino con il pubblico ministero Giancarlo Bramante, si concentrano su un dato tecnico: nel 2018 il colonnello Giampietro Lago, comandante del RIS dei Carabinieri di Parma, nominato perito dal giudice, rileva nei campioni di Schwazer una concentrazione di DNA da 20 a 50 volte superiore alla norma – un valore che i suoi successivi approfondimenti, condotti tra il 2018 e il 2020, definiscono inspiegabile con un’origine fisiologica. A complicare il quadro si aggiungono le difficoltà incontrate dalla giustizia italiana nell’ottenere il materiale dal laboratorio WADA di Colonia, che consegna le provette con un anno di ritardo e in quantità inferiori a quelle richieste; secondo la difesa, il laboratorio tedesco avrebbe inoltre tentato di fornire al perito italiano un campione diverso da quello atteso. Sul fronte mediatico, a partire dal 2017 emergono anche e-mail (in parte diffuse dal collettivo di hacker russi “Fancy Bears”) che, secondo la lettura di Donati, mostrerebbero tentativi dei vertici antidoping internazionali di non collaborare con la magistratura italiana. Il 25 gennaio 2018 il Tribunale di Bolzano condanna in primo grado, per favoreggiamento al doping, due medici e una funzionaria della FIDAL; il 10 dicembre 2019 la Corte d’Appello li assolve tuttavia con formula piena, in un filone giudiziario collegato ma distinto da quello relativo alla posizione di Schwazer. Il 18 febbraio 2021 arriva la decisione che segna il punto più alto della battaglia legale dell’atleta: il GIP Pelino dispone l’archiviazione del procedimento penale a carico di Schwazer “per non aver commesso il fatto”, scrivendo nell’ordinanza di ritenere “accertato con alto grado di credibilità razionale” che i campioni d’urina prelevati il 1° gennaio 2016 fossero stati alterati per farli risultare positivi e ottenere così la squalifica e il discredito dell’atleta e del suo allenatore. Nelle 87 pagine del provvedimento, il giudice elenca una serie di anomalie nella catena di custodia – provette non sigillate, etichettate con il nome del paese d’origine in violazione dell’anonimato previsto dalle procedure, ore di stazionamento non tracciate tra Stoccarda e Colonia – e definisce “totalmente autoreferenziale” il comportamento di WADA e IAAF nella gestione del caso, disponendo la trasmissione degli atti alla Procura per valutare eventuali reati (falso ideologico, frode processuale) a carico di alcuni soggetti coinvolti nelle indagini. La WADA, dal proprio canto, ha sempre respinto pubblicamente queste conclusioni, ribadendo la validità scientifica dei propri controlli e definendo “schiaccianti” le prove a carico dell’atleta. È bene chiarire un punto, spesso fonte di confusione nel racconto pubblico della vicenda: l’archiviazione penale del 2021 ha effetto soltanto sul piano della giustizia ordinaria italiana. Non ha mai annullato la squalifica sportiva di 8 anni, decisa dal TAS nell’agosto 2016 e mai rivista nel merito da un organo di giustizia sportiva internazionale.
Tra Losanna e l’Aja: la giustizia sportiva non si piega
Forte della sentenza di Bolzano, la difesa di Schwazer tenta a più riprese, tra il 2021 e il 2024, di ottenere la sospensione della squalifica o la riapertura del processo sportivo, rivolgendosi al Tribunale Federale Svizzero – unico organo di giustizia ordinaria competente a giudicare sui lodi del TAS di Losanna. La richiesta, presentata nell’aprile 2021 nella speranza di rendere possibile una partecipazione ai Giochi di Tokyo, viene respinta a inizio maggio dello stesso anno: per i giudici elvetici, le conclusioni del GIP bolzanino non raggiungono il livello di certezza richiesto per rimettere in discussione un lodo arbitrale già definitivo. Un nuovo tentativo, nel novembre 2023, davanti all’Athletics Integrity Unit di World Athletics, per ottenere uno sconto di pena in virtù della collaborazione fornita alle indagini, viene respinto anch’esso, con pronuncia confermata dal TAS il 15 marzo 2024. Nel 2025 i legali di Schwazer aprono un nuovo fronte, rivolgendosi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo contro la Svizzera, sede del TAS, in un procedimento che – a oggi – risulta ancora pendente.
Il ritorno alle gare: dal QAlex 20k al record di Kelsterbach
La squalifica di otto anni si conclude formalmente l’8 luglio 2024. Troppo tardi per inseguire una qualificazione ai Giochi di Parigi, Schwazer torna comunque a gareggiare la sera del 19 luglio 2024, nella “QAlex 20k”, una 20 km organizzata ad hoc ad Arco di Trento da Queen Atletica, presentata all’epoca anche come gara dell’addio: la prova non viene portata a termine a causa delle condizioni meteo avverse, ma resta un momento fortemente simbolico, con i due figli dell’atleta, Ida e Noah, che lo vedono marciare in pista per la prima volta. Contrariamente alle attese, l’addio annunciato si trasforma in un nuovo capitolo agonistico. Nel 2025, tesserato per la società veneta San Biagio di Callalta e seguito da un nuovo allenatore, l’ex ciclista professionista Domenico Pozzovivo, Schwazer gareggia in Veneto e poi a Bolzano, dove a settembre firma 38’24″07 nei 10.000 metri di marcia su pista, primato personale migliorato dopo quattordici anni e nuovo record europeo master della distanza. Nel frattempo, trova spazio professionale come preparatore atletico per il Südtirol, squadra di calcio di Serie B, e nel settore di fisioterapia e riabilitazione motoria di un albergo di Merano. Il 26 aprile 2026, ai Campionati tedeschi open di marcia su strada di Kelsterbach, vicino all’aeroporto di Francoforte, arriva la prestazione che riaccende clamorosamente i riflettori su di lui: a 41 anni, in solitaria e con vento contrario, Schwazer chiude i 42,195 km della nuova specialità della maratona di marcia in 3h01’55”, primato italiano sulla distanza, un tempo che secondo gli osservatori del settore avrebbe potuto valergli persino una convocazione azzurra per gli Europei di Birmingham, mai arrivata.
22 giugno 2026: la terza positività e la resa
Il 22 giugno 2026 la NADA, l’agenzia nazionale antidoping tedesca, comunica di aver riscontrato tracce di eritropoietina – sia nelle urine sia nel sangue – nel controllo effettuato proprio dopo la gara di Kelsterbach del 26 aprile, e dispone la sospensione cautelare immediata dell’atleta, presentando contestualmente una denuncia alla Procura competente, poiché in Germania, come in Italia, il doping costituisce reato. È la terza positività della carriera di Schwazer, e per la prima volta si fa strada concretamente l’ipotesi della radiazione a vita dallo sport. Nella conferenza stampa convocata lo stesso giorno a Bolzano, Schwazer si dichiara innocente ma annuncia, in netta discontinuità con il passato, di non voler più intraprendere alcuna battaglia legale: “Sono innocente, non ho assunto né Epo né altre sostanze vietate. Questa volta non mi difenderò più, non ho più la forza e l’energia per farlo”, dichiara, legando la scelta alla sua vita familiare e lavorativa, lontana ormai dall’agonismo puro. L’unica condizione posta dall’atleta per richiedere la controanalisi del campione B riguarda una “terza provetta”: un residuo di urina che Sandro Donati, presente alla gara di Kelsterbach come amico dell’atleta, era riuscito a far conservare al momento del prelievo, dopo un primo diniego dell’agenzia tedesca sulla richiesta di un campione di sangue. Donati stesso, pur dichiarando “sorpresa, incredulità e amarezza” per la nuova positività, conserva quella provetta come potenziale elemento di garanzia. Il 25 giugno 2026 la NADA Germania comunica che non procederà all’esame del residuo d’urina custodito da Donati, ritenendo l’operazione non conforme alle procedure del Codice Mondiale Antidoping per assenza di una catena di custodia tracciabile, fissando invece al 6 luglio l’apertura e l’analisi del campione B ufficiale presso il laboratorio di Colonia – lo stesso al centro delle contestazioni del 2016. Coerentemente con la condizione posta in precedenza, l’entourage dell’atleta comunica che Schwazer rinuncerà anche alla controanalisi del campione B, non avendo “nessuna fiducia nei controlli effettuati” da un’istituzione già coinvolta, secondo quanto richiamato nel comunicato, nelle vicende oggetto dell’ordinanza del GIP di Bolzano del 2021. L’avvocato Brandstaetter ribadisce la fiducia nell’atleta e annuncia di aver richiesto la documentazione completa dei test, riservandosi “opportune iniziative” per la ricerca della verità; Donati dichiara di comprendere e condividere la scelta del suo ex allievo. Sul fronte politico, il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi si dice “spiazzato” dalla vicenda, sottolineando la necessità di “qualche certezza in più” che non si fermi alla lettura delle agenzie di stampa. La FIDAL, dal proprio canto, si è limitata a recepire formalmente la sospensione cautelare trasmessa da NADO Italia, senza ulteriori commenti pubblici.
Bilancio: cosa resta del caso Alex Schwazer
A quindici anni dalla prima positività, il caso Alex Schwazer resta una delle vicende più complesse e divisive nella storia recente dello sport italiano, e non solo per la sua durata. Sul piatto restano elementi difficilmente conciliabili: una confessione piena nel 2012; una squalifica scontata interamente nel 2016, mai annullata da alcun organo di giustizia sportiva nonostante l’archiviazione penale del 2021; un’ordinanza giudiziaria italiana che ha messo in discussione, con argomenti tecnici circostanziati, l’affidabilità delle procedure di un laboratorio accreditato WADA; e ora una terza positività che lo stesso atleta, dopo aver sempre rivendicato con forza la propria innocenza nel 2016, ha scelto di non contestare nelle sedi competenti, limitandosi a proclamarsi innocente senza intraprendere le vie legali che in passato lo avevano accompagnato per quasi un decennio. Sul piano sistemico, la vicenda ha comunque lasciato un segno: ha riportato l’attenzione pubblica e istituzionale sui limiti della catena di custodia dei campioni biologici, sulla gestione non sempre trasparente dei rapporti tra laboratori accreditati, federazioni internazionali e magistrature nazionali, e sul tema, più ampio, della fiducia degli atleti – colpevoli o innocenti che siano – nel sistema che dovrebbe garantire equità e verità scientifica. Non è un caso che proprio queste criticità, denunciate per anni da Donati, abbiano trovato eco anche in altri procedimenti internazionali legati alla gestione dei test antidoping.
Quanto al finale, ad oggi non esiste ancora una parola definitiva. Restano aperti il fascicolo disciplinare della NADA tedesca, l’eventuale procedimento penale conseguente alla denuncia presentata in Germania, l’analisi del campione B fissata per il 6 luglio a Colonia – che procederà comunque, indipendentemente dalla rinuncia di Schwazer alla controanalisi – e il ricorso pendente davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La rinuncia annunciata il 25 giugno 2026 chiude, con ogni probabilità, il capitolo delle battaglie legali condotte in prima persona dall’atleta, ma non necessariamente l’intera vicenda giudiziaria, che potrebbe proseguire anche senza la sua iniziativa diretta. Resta, semmai, l’immagine di un campione che ha vinto un oro olimpico a 23 anni e che, a 41, dopo tre positività, due squalifiche e un’assoluzione penale, ha scelto – sue parole – di non avere più “la forza e l’energia” per continuare a difendersi. Una storia che lo sport italiano, dopo tre cadute e un solo oro, dovrà ora imparare a raccontare senza più aspettarsi, forse, un punto fermo.
* In copertina Alex Schwazer
