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Giro delle Fiandre: quando il ciclismo diventa identità

Storia, percorso, campioni e favoriti del Giro delle Fiandre, la corsa simbolo del ciclismo del Nord

C’è un momento, ogni primavera, in cui il ciclismo smette di essere soltanto sport e diventa racconto collettivo. Accade sulle strade del Belgio fiammingo, quando il Ronde van Vlaanderen torna a imporsi come uno degli appuntamenti più attesi e iconici del calendario mondiale. La De Ronde — così la chiamano da queste parti, con la familiarità riservata alle cose sacre — non è una gara come le altre. È una liturgia laica, un rito che si rinnova da oltre un secolo, capace di fondere fatica, tradizione e identità popolare in un unico, straordinario spettacolo.

Nascere fiamminghi, correre fiamminghi

Léon van den Haute e Karel van Wijnendaele non la pensavano allo stesso modo su tante cose, ma su una erano d’accordo: volevano rendere orgogliosi i fiamminghi di essere fiamminghi, volevano promuovere un uso più ampio della lingua fiamminga, che era stata riconosciuta come lingua ufficiale del Belgio insieme al francese solo nel 1898. Come molte altre corse ciclistiche, la De Ronde nacque dall’iniziativa di un giornale sportivo, lo SportWereld, del quale Van den Haute era direttore e Van Wijnendaele una delle penne più rinomate. Sebbene lo SportWereld avesse come obiettivo principale la pubblicazione di informazioni sportive, non nascondeva le sue simpatie per l’emergente nazionalismo fiammingo. Il 25 maggio del 1913, alle sei del mattino, partì dunque la prima edizione di questa corsa tanto carica di significati fin da subito: 330 i chilometri previsti, affrontati da trentasette corridori. Dopo 12 ore, 3 minuti e 10 secondi Paul Deman fu il primo a tagliare il traguardo, battendo in volata altri quattro corridori, tutti belgi. Il punto di partenza è essenziale per capire cosa sia oggi la Ronde. Le Fiandre non sono solo una regione geografica: sono una questione aperta. Una delle tre regioni che compongono il Belgio, con lingua ufficiale l’olandese e una storia secolare di autonomia culturale e politica. Ogni prima domenica di aprile, le strade delle Fiandre si riempiono di centinaia di migliaia di persone che escono per salutare il passaggio della carovana ciclistica della De Ronde e sventolare un mare di bandiere fiamminghe. Bandiere che non sono solo sportive: sono politiche, identitarie, millennial. La De Ronde è, da sempre, molto più di una classica monumento.

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Il percorso: da Bruges a Oudenaarde attraverso l’inferno

Domenica 5 aprile va in scena il Giro delle Fiandre 2026. Sarà spettacolo sui muri fiamminghi che ospiteranno la seconda Classica Monumento della stagione. E inizierà la “settimana santa del ciclismo” che domenica 12 aprile vedrà il suo culmine con la Parigi-Roubaix. Il percorso del Fiandre torna a partire dal suggestivo centro di Bruges, per poi concludersi come d’abitudine recente a Oudenaarde. La parte iniziale, almeno sulla carta, è piuttosto facile, con il primo tratto di pavé previsto al km 109. Poi tutto cambia. La quiete prima della tempesta: il pavé del settore di Doorn dovrebbe causare i primi movimenti, in quanto i favoriti potrebbero volersi mettere al riparo o in posizione di attacco per la salita che segue venti chilometri più avanti. I muri sono il cuore pulsante della corsa. Le brevi e ripide colline delle Ardenne fiamminghe sono una caratteristica distintiva del Giro, luoghi in cui gli spettatori si riuniscono in grandi masse per vedere la gara. Ogni salita ha le sue caratteristiche: il Kwaremont è lungo ben 2,2 km, ma è relativamente poco ripido. Il Paterberg invece è breve ma la pendenza è brutalmente ripida, al 20%. Il Koppenberg è il muro più ripido della corsa, con pendenza al 22%, con una strada molto stretta e un pavé molto irregolare. Tra le difficoltà spiccano l’Oude Kwaremont, affrontato ben tre volte, e il Paterberg, proposto due volte con l’ultima ascesa a soli 13 km dal traguardo. Il finale, completamente aperto e incerto, favorisce attacchi esplosivi e duelli tra i big fino all’ultimo metro prima dell’arrivo a Oudenaarde.

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L’albo d’oro: un feudo belga aperto agli dèi del pedale

I belgi, da soli, nel primo secolo di storia di questa corsa hanno vinto il Fiandre un numero di volte quasi doppio rispetto ai corridori di tutti gli altri Paesi messi insieme. Ma ci sono eccezioni illustri, e portano spesso la firma di campioni assoluti. Fiorenzo Magni vinse in volata finale dopo 7 ore e 20 minuti di gara nel 1949, da outsider assoluto, con la sua squadra che gli aveva accordato il permesso di partecipare senza garantirgli alcun supporto. Gli altri due successi consecutivi (1950 e 1951) gli valsero il soprannome di Leone delle Fiandre. Il record di vittorie (3) è condiviso da sette ciclisti: i belgi Achiel Buysse, Tom Boonen, Eric Leman e Johan Museeuw, lo svizzero Fabian Cancellara, l’olandese Mathieu van der Poel e, per l’appunto, l’italiano Fiorenzo Magni. Quest’ultimo rimane il solo ad aver vinto tre edizioni consecutive. Nel 2025 è stato Tadej Pogačar a scrivere un nuovo capitolo: lo sloveno ha completato il percorso in 5h58’41” alla media di 44,981 km/h, precedendo il danese Mads Pedersen e l’olandese Mathieu van der Poel.

I favoriti 2026: il duello dei titani continua

Tadej Pogačar e Mathieu Van der Poel, vincitori delle ultime due edizioni, partono con i favori del pronostico. Subito dietro il trio composto da Wout Van Aert, Christophe Laporte e Mads Pedersen, che venderanno cara la pelle per tenere le ruote dei due super favoriti della vigilia. Pogačar è il dominatore assoluto del momento, un corridore capace di mescolare le carte su qualsiasi terreno. Van der Poel è il Fiandre fatto uomo: potenza, tecnica, istinto animale sui muri. Tra i due c’è un equilibrio raro, fatto di rispetto e rivalità. In casa italiana, tra le donne attenzione a Elisa Longo Borghini e Silvia Persico, a proprio agio sulle pietre alla luce dell’esperienza gravel/ciclocross.

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Il rito che non finisce mai

Oltre 500.000 le presenze stimate lungo il percorso da Flanders Classics in occasione della passata edizione. 60.000 gli spettatori sull’Oude Kwaremont, 50.000 quelli assiepati sul Paterberg. Il clima sarà incandescente tra fiumi di birra e il profumo delle patatine fritte. La De Ronde non chiede educazione. Chiede passione, voce, sudore. Chiede di stare a pochi centimetri dai corridori mentre salgono il Koppenberg con la lingua di fuori, di urlare come se dipendesse da te. È questa la sua magia: non separa lo spettatore dallo spettacolo. Li fonde insieme. Il Giro delle Fiandre è diventato un vero e proprio fenomeno sociale e un elemento essenziale dell’identità fiamminga, esattamente come era il sogno di Leon Van den Haute e Karel Van Wijnendaele quando lanciarono la prima edizione della corsa nel lontano 1913. Più di cent’anni dopo, i muri sono ancora lì. E ogni prima domenica di aprile, il mondo del ciclismo si ferma a guardarli.