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Parigi-Roubaix: l’Inferno del Nord chiama i suoi eroi

Guida completa alla Parigi-Roubaix: dalle origini ottocentesche al duello del secolo tra Mathieu Van der Poel e Tadej Pogačar

C’è una corsa nel calendario ciclistico che non somiglia a nessun’altra. Non per i chilometri, non per il dislivello, non per la velocità media. La Parigi-Roubaix somiglia a sé stessa e basta: un rito di primavera che mescola fango, pietre, cadute, eroismo e un’atletica bellezza che nessun altro sport sa offrire. Ogni seconda domenica di aprile, qualcosa di antico torna a vibrare nel Nord della Francia, e chi non ha mai visto un corridore entrare nel velodromo di Roubaix – solo, polveroso, con gli occhi spalancati sul traguardo – non conosce ancora tutto il ciclismo. Domani, domenica 12 aprile 2026, va in scena la 123ª edizione. E le premesse per una giornata indimenticabile sono più che mai presenti.

La nascita di un mito: 1896, Roubaix e il “progetto diabolico”

Le origini della “Regina delle Classiche” risalgono al 1896, quando due industriali tessili di Roubaix, Théodore Vienne e Maurice Perez, decisero di creare un evento ciclistico che attirasse l’attenzione sulla loro città e sul nuovo velodromo appena costruito. Con l’aiuto del giornale pariginoLe Vélo, nacque così la prima edizione della Parigi-Roubaix, vinta dal tedesco Josef Fischer dopo 280 chilometri di gara e quasi 10 ore in sella. La leggenda narra che Victor Breyer, il giornalista incaricato di esplorare il percorso in bicicletta, arrivò a Roubaix esausto dopo una giornata sul pavé sotto la pioggia e stava per mandare un telegramma per sospendere tutto. La mattina dopo cambiò idea. Quella corsa si fece, e il mondo del ciclismo non fu più lo stesso. Fu dopo la Prima Guerra Mondiale che la corsa assunse un significato più profondo. Nel 1919, quando il percorso attraversava territori devastati dal conflitto, i giornalisti coniarono il soprannome “l’Inferno del Nord”: non per il pavé, che all’epoca rappresentava la normalità delle strade, ma per il paesaggio apocalittico che i corridori attraversavano. Crateri di granate, filo spinato, campi martoriati: attraversare quel Nord significava portare in sella la memoria della guerra.

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Una geografia di confine: la terra che fa la corsa

La Parigi-Roubaix non è solo una gara. È anche un viaggio attraverso uno dei territori più particolari d’Europa. Il tracciato attraversa l’Hauts-de-France – l’antica regione Nord-Pas-de-Calais fusa con la Piccardia – una pianura industriale a ridosso del confine belga, segnata da secoli di storia mineraria e tessile. Roubaix stessa è una città operaia, cresciuta attorno alle fabbriche di filatura nel XIX secolo, dove il velodromo non era un capriccio ma un simbolo di modernità borghese. Le strade che i corridori percorrono sono i sentieri di una civiltà contadina e mineraria: viottoli tra campi di barbabietola, tracciati interpoderali, viali sterrati che costeggiano laTrouée d’Arenberg, il nome quasi poetico del tratto di foresta più temuto di tutto il ciclismo. Il pavé non è un’anomalia geografica: è la firma storica di questa terra. Pietre che sono un vero e proprio patrimonio nazionale, tutelate dal 1977 dall’associazione Amici della Parigi-Roubaix, con scopi che vanno dalla manutenzione alla promozione culturale nelle scuole. Qualcuno le ha tolte nel corso del XX secolo, modernizzando le strade. L’organizzazione ha lottato per conservarle e catalogarle. Oggi quei settori sono beni quasi patrimoniali.

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Il percorso 2026: 258 chilometri verso l’eternità

La 123ª edizione prevede un tracciato leggermente più corto rispetto al 2025: 258,3 km contro i 259,2 dello scorso anno. Partenza da Compiègne, con 30 settori di pavé per un totale di 54,8 km sulle pietre. A partire da quest’edizione la gara porta il nome ufficiale di Parigi-Roubaix Hauts-de-France. Una piccola novità istituzionale che sancisce il legame profondo tra la corsa e il territorio che la ospita. Per il resto, la struttura leggendaria è intatta: la Trouée d’Arenberg è prevista al chilometro 163, con i suoi 2.300 metri a cinque stelle che fanno parte della leggenda. Negli ultimi cinquanta chilometri, Mons-en-Pévèle (km 209,7, 3.000 metri) e Carrefour de l’Arbre (km 241,2, 2.100 metri) saranno senza dubbio i momenti decisivi. Le stelle di difficoltà – da una a cinque – classificano ogni tratto come un grado di purgatorio. Il Carrefour de l’Arbre – letteralmente “il crocevia dell’albero” – è il penultimo grande spartiacque: chi passa lì in testa ha un’ipoteca seria sul velodromo. Chi cade, chi fora, chi perde la ruota, ritrova sé stesso solo nel dolore. All’uscita di quest’ultimo settore mancano 15 km all’arrivo. A 800 metri dal traguardo si entra nel velodromo André-Pétrieux, uno dei momenti più carichi di emozione dell’intero calendario sportivo mondiale. Un giro e mezzo sulla pista in cemento granigliato davanti a una tribuna che urla. Il vincitore riceve un trofeo unico al mondo: una pietra estirpata dalla carreggiata e messa su un piedistallo. Non un bouquet, non una coppa d’argento. Una pietra. Perché alla Roubaix non si vince: si sopravvive.

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L’albo d’oro: un secolo di leggenda

Le 122 edizioni disputate dal 1896 al 2025 hanno visto la vittoria di 90 corridori di 11 diverse nazionalità: Belgio in cima con 57 successi, Francia 28, Italia 14, Paesi Bassi 10. Gli anni ’70 e ’80 segnarono l’era d’oro degli specialisti: Roger De Vlaeminck, soprannominato “Monsieur Paris-Roubaix”, stabilì il record di quattro vittorie, mentre Francesco Moser conquistò tre edizioni consecutive dal 1978 al 1980. La corsa iniziò ad attrarre attenzione anche grazie al documentario Una domenica all’inferno  del regista danese Jørgen Leth, che immortalò l’edizione del 1976 in una delle opere cinematografiche più belle mai dedicate allo sport. Nel nuovo millennio, Tom Boonen eguagliò il record di De Vlaeminck con quattro vittorie, mentre Fabian Cancellara incantò con le sue imprese solitarie. L’Italia ha scritto pagine indimenticabili: da Fausto Coppi a Franco Ballerini, da Andrea Tafi a Sonny Colbrelli, che nel 2021 trionfò in una delle edizioni più emozionanti di sempre. Poi è arrivato Mathieu van der Poel, e la storia è cambiata di nuovo. L’olandese ha vinto le ultime tre edizioni consecutive – 2023, 2024, 2025 – e domani punta a eguagliare il record assoluto di quattro vittorie condiviso da De Vlaeminck e Boonen.

I favoriti 2026: Van der Poel caccia la storia, Pogačar è un’inarrestabile forza della natura

Il contesto della vigilia è di quelli che fanno venire i brividi. Tadej Pogačar ha vinto il Giro delle Fiandre 2026 staccando Mathieu van der Poel a 18 km dal traguardo, sull’ormai canonico Vecchio Kwaremont, raccogliendo la sua dodicesima Monumento in carriera. Lo sloveno è arrivato a questa Roubaix con tre vittorie su tre gare in stagione: Strade Bianche, Milano-Sanremo e Giro delle Fiandre. Un cannibale assoluto, forse il più forte della storia recente del ciclismo. E ha già dichiarato le sue intenzioni: “Arriverò motivato alla Parigi-Roubaix”, ha detto al traguardo di Oudenaarde. Vincerebbe per la prima volta la corsa delle pietre, completando un’impresa che nessuno ha mai realizzato: tutte e tre le grandi Classiche del Nord nello stesso anno. Dall’altra parte c’è Van der Poel, che entra in questa edizione con il peso e la motivazione di chi insegue un record epocale. La grande novità della vigilia è stata la collaborazione tra i due nella fase finale del Fiandre: l’olandese ha tirato per staccare Evenepoel, aiutando di fatto il rivale sloveno a vincere. Una scelta sportiva che ha generato discussione, ma che lo stesso Van der Poel ha difeso con chiarezza: era anche questione di fair play verso Pogačar, con cui condividerà le strade del ciclismo per molti anni a venire. Domenica, però, il patto di non belligeranza è scaduto. Se i due marziani dovessero annullarsi, il gruppo inseguitori cercherà di trarne vantaggio. Mads Pedersen ha l’astuzia e i watt per eccellere sul pavé, mentre Wout van Aert cercherà la redenzione finale in una classica che finora gli è sempre sfuggita. Occhio anche a Jasper Philipsen, letale in caso di arrivo ristretto, e al nostro Filippo Ganna: “Top Ganna” ha la potenza perfetta per il pavé, ma gli servirà una domenica benedetta, senza i temibili guasti meccanici del passato. Grande assente Remco Evenepoel, che tornerà in gara all’Amstel Gold Race della settimana successiva.

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La novità 2026: la grande giornata del pavé

Per la prima volta nella storia, la gara femminile si svolgerà lo stesso giorno della prova maschile, trasformando il 12 aprile in una maratona di tifo ininterrotta sul pavé dell’Inferno del Nord. Un cambiamento storico per una corsa che guarda al futuro senza rinunciare alle sue radici.

Verso domenica

La Parigi-Roubaix non è la corsa più tecnica del mondo, né la più tattica. È la più vera. In un ciclismo sempre più costruito da dati, watt e tattica collettiva, le pietre del Nord rimangono l’elemento anarchico e incontrollabile che può mandare all’aria qualsiasi piano. È per questo che continua a ipnotizzare generazioni di appassionati: perché in quelle strade sconnesse, tra fango e polvere, il ciclismo torna a essere quello che era all’inizio — una sfida dell’uomo contro la strada, contro il tempo, contro sé stesso. Domani, Pogačar arriva da dominatore incontrastato della stagione. Van der Poel arriva da tre volte campione di questa corsa specifica. Non è mai stato così difficile fare un pronostico. Non è mai stato così bello non saperlo.

* In copertina Tadej Pogacar