Vai al contenuto

La WNBA ha riscritto il proprio futuro

Paige-Bueckers

Salari moltiplicati, revenue sharing e nuove tutele: l’accordo tra lega e giocatrici ridefinisce l’economia dello sport femminile professionistico

Alle tre di mattina di giovedì 19 marzo, in un hotel di Manhattan, la commissioner della WNBA Cathy Engelbert e la presidente dell’associazione giocatrici Nneka Ogwumike si sono alzate dallo stesso tavolo con un bicchiere di champagne in mano. Dopo oltre cento ore di negoziazioni serrate, distribuite su otto giorni consecutivi, la Women’s National Basketball Players Association e la lega avevano raggiunto un accordo verbale su un nuovo contratto collettivo. Un momento che molte dentro e fuori dal basket femminile aspettavano da trent’anni.
L’accordo, della durata di sette anni, coprirà le stagioni dal 2026 al 2032, con una clausola di opt-out reciproco al sesto anno, nel 2031. Lunedì 24 marzo le giocatrici hanno votato all’unanimità per ratificarlo, con una partecipazione superiore al 90%. Il giorno successivo, anche il Board of Governors — l’assemblea dei proprietari dei franchising — ha approvato il testo in modo unanime.

I numeri che cambiano tutto

I dati economici dell’accordo segnano una discontinuità netta rispetto al passato. Il salary cap di squadra passerà da 1,5 milioni di dollari nel 2025 a 7 milioni nel 2026, con il contratto massimo («supermax») che sale da 249.244 dollari a 1,4 milioni. Lo stipendio medio è atteso a 583.000 dollari nella prima stagione dell’accordo, con proiezioni che lo portano oltre il milione entro il 2032.
Finora c’era l’inevitabile confronto con la NBA: sebbene quest’ultima generi attenzioni e ricavi maggiori, la sensazione era che i suoi giocatori avessero contratti molto più favorevoli. Un esempio su tutti: alla prima stagione in WNBA, la superstar Caitlin Clark guadagnò circa 76mila dollari; al suo primo anno in NBA, il francese Victor Wembanyama, anche lui molto atteso, ne guadagnò circa 12 milioni.
La vera svolta riguarda i salari minimi: il minimo garantito parte da 270.000 dollari, arrivando a 300.000 per le veterane — una cifra superiore a quella che era il massimale assoluto nella stagione 2025. Per decenni le giocatrici WNBA erano costrette a disputare campionati invernali in Europa, Asia o Australia per integrare redditi insufficienti. Quei numeri rendono quella necessità, almeno per molte, un ricordo del passato.

La rivoluzione del revenue sharing

Il punto più controverso delle trattative — che si erano aperte formalmente nell’ottobre 2024, quando le giocatrici avevano optato per uscire dal contratto precedente — era la partecipazione ai ricavi. Le due parti hanno trovato un punto di convergenza: le atlete riceveranno una quota media del 20% dei ricavi lordi per la durata dell’accordo. Si tratta, come sottolineato dalla stessa lega, del primo modello strutturato di revenue sharing nella storia dello sport femminile professionistico. Una quota che resta lontana dal 50% garantito ai giocatori NBA, ma comunque un significativo passo in avanti. La lega stima che i salari e i benefit complessivi supereranno il miliardo di dollari nel corso dei sette anni dell’accordo. Un impegno finanziario che sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa, reso possibile dalla crescita esplosiva della WNBA. Negli ultimi due anni, infatti, complice l’arrivo della Clark – la più seguita rookie della storia della lega – e di altre giocatrici di alto livello, abbiamo assistito ad ascolti televisivi record, stadi esauriti e un nuovo contratto di diritti televisivi da 2,2 miliardi di dollari entrato in vigore quest’anno.

Benefit, alloggi e tutele

Oltre ai salari, l’accordo introduce una serie di miglioramenti nelle condizioni di lavoro. Sono inclusi viaggi in charter garantiti, nuovi standard per strutture e staff delle franchigie, e benefici ampliati per maternità e pianificazione familiare, oltre a maggiori contributi ai fondi pensione.
Sul fronte degli alloggi — uno dei punti più contesi durante le negoziazioni, dopo che a dicembre la lega aveva proposto di eliminare il benefit — è stato trovato un compromesso: tutte le giocatrici riceveranno alloggio fornito dalla lega nel 2026, 2027 e 2028; dal 2029 al 2030, il benefit sarà limitato a chi guadagna meno di 500.000 dollari.
L’accordo contiene anche novità strutturali significative: ogni franchigia potrà disporre di due posti «developmental» in rosa che non contano ai fini del salary cap; le giocatrici incinte avranno de facto una clausola di non cessione; e a partire dal 2027, le atlete con sette o più anni di esperienza non potranno essere vincolate dalla «core designation», l’equivalente della franchise tag della NFL.

Una stagione che può iniziare

L’accordo verbale è arrivato 50 giorni prima dell’apertura della 30ª stagione WNBA, prevista per l’8 maggio 2026. Prima del via, è in programma l’expansion draft per le due nuove franchigie — Portland Fire e Toronto Tempo — seguito dal draft universitario del 13 aprile e dall’apertura dei training camp il 19 aprile.
«Questo è storico per lo sport femminile», ha dichiarato Ogwumike. «Siamo orgogliose di noi stesse. Abbiamo sempre detto che avremmo tenuto il punto, ed è esattamente quello che è successo.» Engelbert, dal canto suo, ha parlato di «una nuova era audace per la WNBA».

Trent’anni dopo la fondazione della lega, l’accordo siglato alle prime luci dell’alba in un hotel di New York segna più di una trattativa conclusa con successo: sancisce il passaggio di un intero sport professionale femminile da una logica di sussistenza a una di partecipazione economica reale. Le giocatrici non chiedevano soltanto di essere pagate di più. Chiedevano di essere riconosciute come il motore di una macchina che, finalmente, vale miliardi.

* In copertina Paige Bueckers (Illustrazione fatta con AI)