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Julian Alaphilippe annuncia il ritiro. Fine di un’era nel ciclismo mondiale

Dai fanghi del ciclocross al doppio titolo iridato consecutivo, passando per i 14 giorni in maglia gialla al Tour 2019: la storia di Julian Alaphilippe, uno dei corridori più spettacolari della sua generazione

Montmartre, luglio 2026. L’ultima volta che il pubblico ha visto Julian Alaphilippe pedalare in gara, erano in piedi lungo le transenne a urlare il suo nome. Un’ovazione lunga e commovente, come se i tifosi avessero già capito che stava per succedere qualcosa di definitivo. “Nulla di ufficiale”, aveva detto lui poco dopo il traguardo del Tour de France 2026, “ma non aspettatevi di rivedermi”. Poche settimane dopo, il 21 agosto, L’Équipe ha confermato ciò che molti temevano: Julian Alaphilippe si ritira con effetto immediato, rinunciando al resto della stagione e all’ultimo anno di contratto con la Tudor Pro Cycling. Fine di una carriera durata tredici stagioni da professionista, quarantacinque vittorie, due Mondiali consecutivi, una Milano-Sanremo e un’intera generazione di tifosi cresciuta guardando i suoi attacchi.

Le origini

Julian Alaphilippe nasce l’11 giugno 1992 a Saint-Amand-Montrond, nel cuore della Francia, in una famiglia appassionata di musica. Il padre Jo – figura centrale nella sua formazione – gli trasmette presto la passione per la batteria: uno strumento che Loulou continuerà a suonare per tutta la vita come valvola di sfogo. Ha un fratello minore, Bryan (nato nel 1995), anch’egli ciclista professionista per qualche stagione, ritiratosi nel 2021. Il cugino Franck Alaphilippe, anche lui corridore, seguirà da vicino il suo sviluppo atletico durante gli anni dell’Armée de Terre. Non uno studente modello, Alaphilippe trova nel fango del ciclocross il suo primo campo di battaglia. Nel 2010 conquista il secondo posto ai Mondiali Juniores di ciclocross, rivelando già quell’istinto competitivo che avrebbe caratterizzato l’intera carriera su strada. Dal 2011 corre con la squadra dilettante dell’Armée de Terre (l’esercito francese), vincendo due titoli nazionali Under 23 e, nel 2012, una medaglia di bronzo ai Campionati europei di ciclocross Under 23 a Ipswich. Nel frattempo, fa il garzone in un negozio di biciclette a Saint-Amand-Montrond: tutt’altra vita rispetto a quella che lo attende.

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L’apprendistato: dalla Continental ai palcoscenici WorldTour (2013–2017)

Nel 2013 viene inserito nella Etixx-IHNED, formazione Continental satellite della Quick-Step, dove vince quattro gare tra cui una tappa al Tour de l’Avenir. Nel 2014 diventa professionista con la Omega Pharma-Quick-Step: la prima vittoria da pro arriva al Tour de l’Ain (quarta tappa), preceduta da un terzo posto alla RideLondon-Surrey Classic. La squadra belga – che cambia denominazione nel corso degli anni fino a diventare Soudal-Quick-Step – resterà la sua casa per undici stagioni. Nel 2015 le Ardenne cominciano a raccontare chi è: è 7° all’Amstel Gold Race, 2° alla Freccia Wallone, 2° alla Liegi-Bastogne-Liegi, entrambe dietro ad Alejandro Valverde. Nel 2016 vince la classifica generale al Tour of California e partecipa alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, dove una caduta lo priva della possibilità di lottare per le medaglie. Nel 2017 conquista la sua prima vittoria WorldTour – la cronometro della Parigi-Nizza – si classifica terzo alla Milano-Sanremo e vince una tappa alla Vuelta a España.

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L’ascesa: il 2018 e le prime grandi classiche

Il 2018 segna il primo vero salto di qualità. Sul Muro di Huy batte Valverde e vince la sua prima grande classica: la Freccia Wallone. Al Tour de France conquista la maglia di miglior scalatore e due tappe in quota. Vince la Clásica de San Sebastián in agosto e si impone nella classifica generale del Tour of Britain. È un corridore esploso, con un palmarès che si arricchisce a ogni uscita e uno stile già inconfondibile: l’attacco da lontano, l’accelerazione secca sui muri, la testa abbassata e le gambe che girano.

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La consacrazione: il 2019 e la maglia gialla

Il 2019 è l’anno che cambia tutto. Apre la stagione vincendo la Strade Bianche, si impone nella Milano-Sanremo in sprint ristretto sulla Via Roma dopo un’azione sul Poggio – prima classica monumento della carriera – e fa il bis alla Freccia Wallone. Poi arriva il Tour de France, quello che la Francia non dimenticherà. Alaphilippe prende la maglia gialla a Épernay (terza tappa), convinto di tenerla “due o tre giorni al massimo”. La indossa per quattordici giorni consecutivi, difendendola anche sulle Alpi, prima di cedere a Egan Bernal sull’Iseran nella diciannovesima tappa: “Non penso di riprenderla– dirà a freddo –sono stato battuto da un corridore più forte. È andata così”. Chiude quinto in classifica generale. A bordo strada, durante la Grande Boucle, suo padre Jo – già gravemente malato – lo segue in carrozzina. A fine stagione, Alaphilippe vince il Vélo d’Or come miglior ciclista dell’anno.

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I due Mondiali e il dramma familiare (2020–2021)

Il 27 giugno 2020, Jo Alaphilippe muore dopo una lunga malattia, senza aver visto il figlio diventare campione del mondo. Due mesi e mezzo dopo, il 27 settembre, Julian taglia il traguardo di Imola da solo, dopo un attacco scattato a undici chilometri dall’arrivo. Attraversa il filo e punta il dito verso il cielo: “Ho indicato mio padre”. È campione del mondo. Le tribune sono vuote per il Covid, ma la Marsigliese fa piangere ugualmente. Sul podio dietro di lui ci sono Wout van Aert e Marc Hirschi. Un anno dopo, a Lovanio (Belgio), Alaphilippe firma un’impresa storica: scatta a diciassette chilometri dall’arrivo sul muretto di Sant’Antonio, azione che stacca Van Aert e tutti gli altri. Secondo titolo mondiale consecutivo, davanti a Dylan van Baarle e Michael Valgren. Una rarità assoluta nella storia moderna del ciclismo. “E Lovanio è stata la festa che Imola non poteva essere per il Covid: quel muro di persone…”. Nota in margine all’anno olimpico: nel 2021 Alaphilippe sceglie deliberatamente di non partecipare ai Giochi di Tokyo, preferendo concentrare le energie proprio sui Mondiali. L’anno gli regala anche la terza Freccia Wallone in carriera, una tappa al Tour de France e, il 14 giugno, la nascita del figlio Nino, avuto con la compagna Marion Rousse – ex ciclista professionista, oggi direttrice del Tour de France Femmes avec Zwift.

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Il crac di Liegi e gli anni bui (2022–2024)

Il 24 aprile 2022, alla Liegi-Bastogne-Liegi, la carriera di Alaphilippe subisce il colpo più duro. A sessanta chilometri dall’arrivo, in una maxi-caduta di gruppo, finisce in un fossato e si schianta contro un albero. Il bollettino è pesante: due costole fratturate, scapola fratturata, emopneumotorace con parziale collasso del polmone. Romain Bardet si ferma per soccorrerlo, abbandonando la corsa. La ripresa richiede mesi. Quello che segue è un biennio segnato da risultati inferiori alle attese e da un deterioramento progressivo del rapporto con il team manager Patrick Lefevere, che sulle sue colonne nella stampa belga critica pubblicamente il rendimento del corridore, arrivando a coinvolgere anche la vita privata con Marion Rousse. Alaphilippe risponde nel solo modo che conosce: correre. Nel 2023 vince l’Ardèche Classic; nel 2024 conquista una tappa al Giro d’Italia a Fano e la maglia della combattività alla corsa rosa, segni di un atleta che non si è arreso. In estate firma un contratto triennale con la Tudor Pro Cycling Team, squadra fondata da Fabian Cancellara: dodici anni di Quick-Step sono finiti.

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La Tudor, il Quebec e l’addio (2025–2026)

Con la Tudor, Alaphilippe ritrova il ruolo di capitano assoluto in una squadra costruita attorno a lui. Il 12 settembre 2025 vince il Grand Prix Cycliste de Québec: quarantacinquesima vittoria della carriera, prima nella maglia svizzera. Un attacco sull’ultima salita, staccando Sivakov e Bettiol. “Non riesco ancora a rendermi conto di quello che ho fatto oggi”, dirà subito dopo. È l’ultima grande vittoria. Nel 2024 aveva già partecipato alla prova olimpica in linea di Parigi, chiudendo intorno alla decima posizione a oltre un minuto dal vincitore Remco Evenepoel. Nel 2026 il Tour de France è una corsa difficile, senza guizzi significativi. L’ultima immagine del professionista Julian Alaphilippe è quella di Montmartre: un applauso lungo, spontaneo, commosso. Il 21 agosto 2026 L’Équipe conferma il ritiro con effetto immediato, rinunciando anche all’anno di contratto 2027 con la Tudor. Il suo commiato è scritto col cuore: “Ho sempre corso con l’istinto, attaccando quando le mie gambe erano in fiamme, non quando i numeri dicevano di farlo. Ho preso la decisione nello stesso modo. Mi sono svegliato un mattino al training camp e l’ho sentito: questo è il mio ultimo anno. Senza tristezza”. E ancora: “Spero di avervi regalato qualcosa di bello. Ho bisogno di un po’ di tempo con la mia famiglia. È lì che voglio essere ora”.

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L’eredità

In tredici stagioni da professionista, Julian Alaphilippe ha lasciato nel ciclismo un segno difficile da inquadrare soltanto in un palmarès. Non è stato un dominatore dei Grandi Giri – il suo unico avvicinamento alla vittoria finale rimane il Tour 2019 – ma nelle classiche e nelle corse di un giorno ha incarnato il ciclismo nel senso più istintivo del termine. Due Mondiali consecutivi (2020 e 2021) lo avvicinano a una lista cortissima di corridori nella storia dello sport. Il suo libro “Il mio anno iridato”, scritto con il giornalista de L’Équipe Jean-Luc Gatellier, resta una testimonianza autentica di quell’epoca. Quarantacinque vittorie in carriera – tra cui la Milano-Sanremo, tre Freccia Wallone, la Strade Bianche, sei tappe al Tour de France, una al Giro, una alla Vuelta, il Tour of California 2016, il Tour of Britain 2018 – e un Vélo d’Or. Ma soprattutto: il ricordo di un corridore capace di emozionare anche quando perdeva, anche quando la situazione sembrava volgere al peggio. Quel dito puntato al cielo a Imola, per il padre Jo che non aveva potuto vederlo diventare campione. La maglia gialla difesa palmo per palmo sull’Iseran prima di cedere a Bernal. Il crollo dopo Liegi 2022 e la lenta risalita. La vittoria a Quebec nel 2025 all’ottobre della carriera. Il manifesto di Alaphilippe, in esergo al suo libro, era una frase tratta da I tre moschettieri di Alexandre Dumas, affidata a D’Artagnan: “Le difficoltà non mi sgomentano. Temo solo le cose impossibili”. Loulou ha corso così. Ha smesso così.

* In copertina Julian Alaphilippe