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Il fioretto femminile italiano non smette mai di vincere: storia di un primato

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Da Irene Camber a Martina Favaretto: la storia del fioretto femminile azzurro, dalle prime Olimpiadi al trionfo totale ai Mondiali di Hong Kong 2026

Il 27 luglio 2026, sulle pedane della Asia World Expo di Hong Kong, Martina Favaretto ha battuto 15-7 Arianna Errigo in una finale iridata tutta italiana. Tre giorni dopo, con Errigo, Martina Batini e Anna Cristino, ha rivinto l’oro anche a squadre. Non è stata una sorpresa: è stata, semmai, la conferma più recente di una supremazia che il fioretto femminile italiano costruisce da tre generazioni. Per capire come si sia arrivati fin qui occorre tornare indietro, fino ai tempi in cui le fiorettiste azzurre lottavano per un posto in finale, non per il gradino più alto del podio.

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Le regole, in breve

Il fioretto è un’arma di punta: si segna colpendo di punta il bersaglio valido, che comprende esclusivamente il tronco dell’avversaria, non le braccia, la testa o le gambe. A regolare le stoccate simultanee interviene la convenzione dell’attacco, la cosiddetta “priorità”, che assegna il punto a chi ha iniziato l’azione offensiva in modo corretto. Negli assalti individuali a eliminazione diretta si tira fino a 15 stoccate, suddivise in tre round da tre minuti; nelle prove a squadre si combatte a staffetta, con quattro tiratrici che si alternano fino a un totale di 45 stoccate, in nove frazioni scandite da soglie di cinque in cinque.

Le origini e il lungo apprendistato olimpico

Il fioretto femminile entra nel programma olimpico ad Amsterdam 1928, ma l’Italia resta ai margini per decenni. Il primo tentativo di mandare una rappresentativa femminile risale addirittura al 1936, quando fu lo stesso Nedo Nadi a proporre una squadra italiana per Berlino, ma il progetto non andò oltre l’idea. Bisogna attendere Londra 1948 per vedere le prime azzurre in pedana ai Giochi: la migliore, Velleda Cesari, chiuse settima. Fu solo l’inizio. Il salto di qualità arriva a Helsinki 1952, con Irene Camber, triestina, laureata in Chimica industriale, che batte in finale l’ungherese Ilona Elek-Schacherer e diventa la prima schermitrice italiana campionessa olimpica, oltre che la seconda donna azzurra di sempre a vincere un oro a cinque cerchi dopo l’ostacolista Ondina Valla a Berlino 1936. Camber vincerà anche il Mondiale l’anno successivo, e nel 1960 a Roma, insieme a Antonella Ragno, Claudia Pasini, Velleda Cesari e Bruna Colombetti, conquisterà il bronzo a squadre: la prima medaglia olimpica per un collettivo femminile italiano in questo sport.

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Negli anni successivi al bronzo di Roma, il movimento cresce ma senza continuità ai vertici assoluti: bisogna attendere il 1983 e il Mondiale di Vienna perché un’altra azzurra, Dorina Vaccaroni, torni a vestire la maglia iridata nell’individuale. È un titolo isolato, ma testimonia che la base del movimento – il numero di club, di maestri, di ragazze che si avvicinano al fioretto nelle palestre di provincia – si sta allargando, ponendo le condizioni perché negli anni Novanta il salto di qualità diventi strutturale e non più episodico.

Jesi, la scuola che cambiò tutto

Se il fioretto femminile italiano è diventato una potenza sistematica, e non un fenomeno isolato, il merito va in larga parte a un singolo circolo: il Club Scherma Jesi, fondato nel 1947 dal maestro Ezio Triccoli, un ex prigioniero di guerra che aveva imparato i primi rudimenti dell’arma in un campo di prigionia in Sudafrica, duellando con bastoni di legno. Da quella palestra marchigiana sono usciti, in sequenza, Giovanna Trillini, Valentina Vezzali ed Elisa Di Francisca: tre generazioni della stessa scuola, capaci di raccogliersi il testimone l’una con l’altra per oltre trent’anni. Trillini apre la serie: oro mondiale individuale nel 1991, oro olimpico a squadre a Barcellona 1992 – il primo della storia per il fioretto femminile azzurro – e oro individuale nella stessa edizione. Negli anni Novanta il Dream Team italiano si gioca il primato mondiale soprattutto con la scuola rumena di Laura Badea e Reka Lazăr-Szabo, in una rivalità che accompagna la crescita di un’altra jesina, di quattro anni più giovane di Trillini: Valentina Vezzali.

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L’era Vezzali

Tra il 2000 e il 2008 Vezzali vince tre ori olimpici individuali consecutivi – Sydney, Atene, Pechino – un traguardo raggiunto prima di lei solo da pochissimi altri atleti al mondo in una specialità individuale. A questi si aggiungono due ori a squadre (Atlanta 1996 e Sydney 2000) e altre medaglie, per un totale di nove podi olimpici. In carriera arriverà a 16 titoli mondiali e 26 medaglie iridate complessive, tuttora il record assoluto del fioretto femminile di ogni nazionalità. È lei, più di ogni altra, ad avere reso “normale” l’idea che un’azzurra dovesse arrivare in finale, e possibilmente vincerla.

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Londra 2012: il podio tutto azzurro

Il punto più alto simbolico di questa continuità arriva ai Giochi di Londra, il 28 luglio 2012: Elisa Di Francisca batte 12-11 Arianna Errigo nella finale per l’oro, mentre Valentina Vezzali si prende il bronzo superando all’ultima stoccata la coreana Nam Hyun-Hee. Podio interamente italiano, il terzo nella storia olimpica azzurra dopo quelli della spada maschile a Berlino 1936 e Melbourne 1956. Quattro giorni dopo la stessa formazione, con l’aggiunta di Ilaria Salvatori, vince anche l’oro a squadre, superando la Russia 45-31: un’egemonia totale, mai più eguagliata nella stessa edizione dei Giochi.

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Rio e Tokyo: la concorrenza cresce

Dopo Londra, il dominio individuale si interrompe: a Rio 2016 la russa Inna Deriglazova batte 12-11 Di Francisca in finale, chiudendo – dopo diversi anni – la serie di ori olimpici individuali azzurri aperta da Vezzali a Sydney. A Tokyo 2020, senza la prova a squadre disputata a Rio per la rotazione delle armi, l’Italia di Errigo, Alice Volpi, Martina Batini ed Erica Cipressa torna sul podio a squadre con un bronzo. Sono gli anni in cui altre nazioni – Russia, Stati Uniti, in prospettiva Giappone e Canada – cominciano a colmare parte del divario storico.

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Le eterne: Di Francisca ed Errigo

Elisa Di Francisca si ritira dall’attività agonistica nel 2020, con nel palmarès due ori olimpici, un argento e sette titoli mondiali. Arianna Errigo, invece, non ha mai smesso. Esordiente iridata ad Antalya nel 2009, argento individuale a Londra 2012, la fiorettista monzese è ancora oggi, a 38 anni e dopo la maternità gemellare del 2023, la capitana della nazionale: a Hong Kong 2026 ha raggiunto la 25ª medaglia mondiale in carriera (undici ori a squadre, oltre a podi individuali), a una sola distanza dal record assoluto di Vezzali. Una longevità che nella scherma internazionale non ha molti paragoni.

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Il nuovo corso: Volpi, Favaretto e le nuove leve

Nel frattempo, la torcia è passata anche ad altre atlete. Alice Volpi, senese, vince il suo primo Mondiale individuale a Wuxi nel 2018 e lo ripete a Milano nel 2023, davanti al pubblico di casa, in un’altra finale tutta azzurra contro Errigo; a Tokyo 2020 e Parigi 2024 sale sul podio a squadre (bronzo e argento). Accanto a lei cresce Martina Favaretto, padovana, classe 2001, allenata fin dai tredici anni da Mauro Numa: bronzo mondiale a Milano 2023, argento olimpico a squadre a Parigi 2024, oro mondiale individuale e di squadra a Hong Kong 2026. In un’intervista recente Favaretto ha raccontato che nel 2023 aveva attraversato “mesi davvero complicati”, al punto da pensare di smettere: un passaggio che rende meno lineare, e più umana, la sua ascesa fino al titolo mondiale. A completare il quadro, la nuova generazione che ha affiancato Errigo nel 2026: Martina Batini, pisana, ingegnere gestionale, già bronzo a squadre a Tokyo 2020, e Anna Cristino, torinese di nascita e toscana d’adozione, bronzo individuale ai Mondiali di Tbilisi 2025. Il gruppo, guidato dal 2025 dal nuovo commissario tecnico Simone Vanni – arrivato dopo l’addio di Stefano Cerioni, artefice del ciclo vincente 2022-2024 – non ha avuto flessioni: nel 2026 ha vinto Coppa del Mondo, Europei e Mondiali, completando quello che la stampa di settore ha definito un “Grande Slam” stagionale.

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Hong Kong 2026: il trionfo totale

Ai Mondiali asiatici l’Italia del fioretto femminile ha semplicemente monopolizzato la specialità. Favaretto, 24 anni, ha vinto tutti gli assalti individuali con ampio margine prima di battere Errigo in finale, diventando la donna più giovane a laurearsi campionessa del mondo di fioretto dai tempi della stessa Vezzali (1999). È la 125ª medaglia d’oro della storia dei Mondiali di scherma, a un secolo esatto dal primo trionfo iridato azzurro, quello di Giorgio Chiavacci a Budapest 1926. Tre giorni dopo Errigo, Favaretto, Batini e Cristino hanno completato l’opera superando 45-29 gli Stati Uniti nella finale a squadre, portando l’Italia in testa al medagliere generale della rassegna con quattro ori e altrettanti argenti.

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Perché il fioretto femminile italiano è così forte?

È la domanda che, periodicamente, si ripropongono anche gli osservatori stranieri, tanto che diverse federazioni concorrenti hanno negli ultimi anni ingaggiato tecnici italiani per provare a colmare il divario. Non esiste una risposta unica, ma un insieme di fattori che si sono rinforzati a vicenda nel tempo. Il primo è la continuità tecnica: la scuola di Jesi, con il metodo elaborato da Ezio Triccoli, ha prodotto in sequenza tre campionesse olimpiche individuali (Trillini, Vezzali, Di Francisca) capaci di allenarsi fianco a fianco e di trasmettersi conoscenza da una generazione all’altra – la stessa Trillini è poi diventata tecnico di Di Francisca. Ma Jesi non è un caso isolato: l’Italia conta oltre trecento società affiliate alla Federazione, con centri storici come il Circolo Fides di Livorno, e negli ultimi vent’anni sono maturati poli concorrenti – Padova, con Numa e Favaretto, Siena con Volpi, Pisa con Batini – che hanno impedito alla scuola marchigiana di restare un monopolio, ampliando invece la base di reclutamento.

Il secondo fattore è strutturale: i gruppi sportivi militari – Fiamme Oro della Polizia di Stato, Fiamme Gialle, Carabinieri, Esercito – garantiscono alle atlete un contratto di lavoro stabile e la possibilità di allenarsi a tempo pieno, un sostegno economico che in altri Paesi è spesso demandato a sponsorizzazioni private meno prevedibili. Il terzo è la continuità del progetto federale: il cambio in panchina tra Cerioni e Vanni, avvenuto nel 2025 in modo tutt’altro che indolore, non ha prodotto la discontinuità di risultati che spesso accompagna un cambio tecnico, segno che il sistema regge anche a prescindere dal singolo commissario tecnico. Il quarto, meno misurabile ma reale, è la competitività interna: con Errigo, Volpi, Favaretto, Batini e Cristino a contendersi le maglie della nazionale, ogni convocazione è già una selezione durissima, che alza il livello medio prima ancora delle gare internazionali. Detto questo, sarebbe impreciso descrivere il quadro come immutabile: ai Giochi di Parigi 2024 il dominio individuale è mancato del tutto, con il podio conquistato per la prima volta da un blocco nordamericano (Stati Uniti e Canada), segno che la concorrenza – penalizzata per anni dalla distanza rispetto al modello italiano – si è fatta più solida, in particolare negli Stati Uniti e, in prospettiva, in Giappone e Canada.

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Cosa manca, guardando a Los Angeles 2028

Paradossalmente, nonostante l’egemonia quasi ininterrotta nei Mondiali e negli Europei, l’obiettivo più prestigioso e sfuggente resta quello olimpico: dal 2012 di Londra l’Italia non vince più un oro a cinque cerchi nel fioretto femminile, né individuale né a squadre. Rio 2016 ha portato un argento individuale, Tokyo 2020 un bronzo a squadre, Parigi 2024 un argento a squadre senza medaglie individuali. È qui che si misurerà la generazione Favaretto-Batini-Cristino, con Errigo che a Los Angeles 2028 avrà 40 anni e Volpi 36: il ricambio generazionale, in teoria già avviato, dovrà completarsi proprio davanti alla prova più difficile, quella a cinque cerchi, dove l’Italia targata fioretto rosa non sale sul gradino più alto da quattordici anni. Ad alimentare la sfida, nel prossimo quadriennio, ci sarà anche una concorrenza meno prevedibile del passato: gli Stati Uniti di Lee Kiefer e Lauren Scruggs restano la squadra da battere sulla carta, ma anche Giappone e Canada hanno costruito programmi tecnici pensati esplicitamente per accorciare le distanze dal modello italiano. Per Simone Vanni, al suo primo ciclo olimpico completo da commissario tecnico, la sfida sarà duplice: continuare a vincere ciò che finora si è sempre vinto – Mondiali, Europei, Coppa del Mondo – e provare a colmare, entro il 2028, l’unica casella rimasta vuota nella bacheca più recente della scuola italiana.

Verso il futuro

Dal settimo posto di Velleda Cesari a Londra 1948 al poker di medaglie di Hong Kong 2026, il filo che lega la storia del fioretto femminile italiano è la capacità di rigenerarsi: ogni volta che una fuoriclasse si avvicina al ritiro, un’altra è già pronta a raccoglierne l’eredità, spesso nella stessa palestra, talvolta guidata dalla stessa maestra. È un meccanismo che ha resistito a cambi di regolamento, di commissari tecnici e di generazioni intere di avversarie. L’unico tassello ancora mancante, quello olimpico, resta lì, a ricordare che anche la dinastia più solida ha ancora una montagna da scalare.

* In copertina e nell’articolo Nazionale italiana fioretto femminile (Foto di Pagliaricci)